giovedì 1 gennaio 2026

Frammenti della mia filosofia - 90 - Guareschi, tra bestie ci si capisce sempre.



Era oramai Natale e bisognava tirar fuori d’urgenza dalla casetta le statuette del Presepe, ripulirle, ritoccarle col colore, riparare le ammaccature. Ed era già tardi, ma don Camillo stava ancora lavorando in canonica. Sentì bussare alla finestra e, poco dopo, andò ad aprire perché si trattava di Peppone.

Peppone si sedette mentre don Camillo riprendeva le sue faccende e tutt’e due tacquero per un bel po’.
Don Camillo prese a ritoccare con la biacca la barba di San Giuseppe. Poi passò a ritoccargli la veste.
“Ne avete ancora per molto?” si informò Peppone con ira.
“Se mi dai una mano in poco si finisce”.
Peppone era meccanico e aveva mani grandi come badili e dita enormi che facevano fatica a piegarsi. Però, quando uno aveva un cronometro da accomodare, bisognava che andasse da Peppone. Perché, è così, sono proprio gli uomini grossi che son fatti per le cose piccolissime.
Filettava la carrozzeria delle macchine e i raggi delle ruote dei carretti come uno del mestiere.
“Figuratevi! Adesso mi metto a pitturare i santi!” borbottò.
“Non mi avete preso mica per il sagrestano!”
Don Camillo pescò in fondo alla cassetta e tirò su un affarino rosa, grosso quanto un passerotto, ed era proprio il Bambinello.
Peppone si trovò in mano la sua statuetta senza sapere come e allora prese un pennellino e cominciò a lavorare di fino.

Lui di qua e don Camillo di là dalla tavola, senza vedersi in faccia perché c’era, fra loro, il barbaglio della lucerna.
“Non ci si può fidare di nessuno, se uno vuol dire qualcosa.
Non mi fido neppure di me stesso” disse Peppone.
Don Camillo era assorbitissimo dal suo lavoro: c’era da rifare tutto il viso della Madonna. Roba fine.
“E di me ti fidi?, chiese don Camillo con indifferenza.
“Non lo so”.
“Prova a dirmi qualcosa, così vedi”.
Peppone finì gli occhi del Bambinello: la cosa più difficile.
Poi rinfrescò il rosso delle piccole labbra.
“Hai paura?”
“Mai avuto paura al mondo!”
“Io sì, Peppone. Qualche volta ho paura”
Peppone intinse il pennello.
“Be’, qualche volta anch’io” disse Peppone. E appena si sentì.
Don Camillo sospirò anche lui.
Ora Peppone aveva finito il viso del Bambinello e stava ripassando il rosa del corpo.
Oramai il Bambinello era finito e, fresco di colore e così rosa e chiaro, pareva che brillasse in mezzo alla enorme mano scura di Peppone.
Peppone lo guardò e gli parve di sentir sulla palma il tepore di quel piccolo corpo.
Depose con delicatezza il Bambinello rosa sulla tavola e don Camillo gli mise accanto la Madonna.
“ Il mio bambino sta imparando la poesia di Natale” annunciò con fierezza Peppone. “Sento che tutte le sere sua madre gliela ripassa prima che si addormenti. È un fenomeno”.
“Lo so” ammise don Camillo. “Anche la poesia per il Vescovo l’aveva imparata a meraviglia”.
Peppone si irrigidì.
“Quella è stata una delle vostre più grosse mascalzonate!” esclamò. “Quella me la dovete pagare”.
“A pagare e a morire si fa sempre a tempo” ribatté don Camillo.
Poi, vicino alla Madonna curva sul Bambinello, pose la statuetta del somarello.
“Questo è il figlio di Peppone, questa è la moglie di Peppone e questo è Peppone” disse don Camillo toccando per ultimo il somarello.
“E questo è don Camillo!” esclamò Peppone prendendo la statuetta del bue e ponendola vicino al gruppo.
“Bah! Fra bestie ci si comprende sempre” concluse don Camillo.
Uscendo, Peppone si ritrovò nella cupa notte padana, ma oramai era tranquillissimo perché sentiva ancora nel cavo della mano il tepore del Bambinello rosa. Poi udì risuonarsi all’orecchio le parole della poesia che ormai sapeva a memoria. “Quando, la sera della Vigilia, me la dirà, sarà una cosa magnifica!“ si rallegrò.
Il fiume scorreva placido e lento, lì a due passi, sotto l’argine, ed era anche lui una poesia cominciata quando era cominciato il mondo e che ancora continuava. E per arrotondare e levigare il più piccolo dei miliardi di sassi in fondo all’acqua, c’eran voluti mille anni.
E soltanto fra venti generazioni l’acqua avrà levigato un nuovo sassetto.
E fra mille anni la gente correrà a seimila chilometri l’ora su macchine a razzo super atomico e per far cosa? Per arrivare in fondo all’anno e rimanere a bocca aperta davanti allo stesso Bambinello di gesso che, una di queste sere, il compagno Peppone ha pitturato col pennellino.

Giovannino Guareschi, Don Camillo.


Frammenti della mia filosofia - 89 - Carlo Caffarra, Don Camillo prete non clericale.

Come fa don Camillo a far capire, a far sentire a Peppone il Mistero dell’Incarnazione di Dio [e di questo che si tratta!]? e qui comincia a stagliarsi la figura del sacerdote. Nel modo più semplice: facendosi aiutare a preparare il Presepio. Il Presepio è stata una delle più geniali invenzioni del cristianesimo scoperta da Francesco d’Assisi, perché è una sintesi perfetta della logica cristiana, del modo cristiano di vedere la vita. La proposta cristiana è in primo luogo la narrazione di un fatto i cui protagonisti sono Dio e l’uomo: il Presepio ti mette davanti agli occhi questo fatto [cfr. 1Gv 1,1-4]. In un momento difficile Peppone dirà a don Camillo: "voi non siete un prete clericale". Ecco la prima dimensione di questa figura, del prete di Guareschi. Il suo essere capace di far sentire la presenza di Dio, il tepore della presenza di Dio nelle mani dell’uomo. Al contrario di chi fa una proposta cristiana che sembra non avere nessuna attinenza colla vita di ogni giorno. Don Camillo è un prete non clericale.

Card. Carlo CaffarraLa figura del sacerdote in Guareschi, Madonna dei Prati, 19 maggio 2001, in https://www.caffarra.it/guares01.php (collegamento consultato il 1 gennaio 2026).



mercoledì 31 dicembre 2025

Frammenti della mia filosofia - 88 - Chesterton, ho giurato di essere spudoratamente sciocco.



(...) Ho giurato che, tra gli altri doveri, pur con il cuore pesante, avrei assolto quello di essere spudoratamente sciocco, stravagante, perfino spudoratamente triviale e, per quanto possibile, divertente. (...) Questo, me ne rendo conto, sarà frainteso. Ma da lungo tempo so che, qualunque cosa facciamo, saremo fraintesi (...).

Gilbert Keith Chesterton, da una lettera alla sua futura moglie Frances Blogg, luglio 1899.

lunedì 29 dicembre 2025

Frammenti della mia filosofia - 87 - Chesterton, la funzione primaria dell'immaginazione.



La funzione primaria dell'immaginazione è quella di vedere il nostro intero sistema di vita ordinato come un cumulo di rivoluzioni stratificate. Nonostante tutti i rivoluzionari, va detto che la funzione dell'immaginazione non è tanto quella di rendere stabili le cose strane, quanto quella di rendere strane le cose stabili; non tanto quella di rendere le meraviglie fatti, quanto quella di rendere i fatti meraviglie.

Gilbert Keith Chesterton, L'imputato.








Sull'argomento della capacità creativa dell'immaginazione vi propongo una breve antologia di articoli e post che ho pubblicati sul blog dell'Uomovivo, ossia della Società Chestertoniana Italiana:

Chesterton in altre parole - Ulteriori aspetti dell'influsso chestertoniano su Tolkien:

https://uomovivo.blogspot.com/2023/10/chesterton-in-altre-parole-ulteriori.html

Chesterton in altre parole - Tolkien e Chesterton, documentazione di una relazione:

https://uomovivo.blogspot.com/2023/10/chesterton-in-altre-parole-tolkien-e.html

Il contributo di un giovane ricercatore su Chesterton, Tolkien ed immaginazione:

https://uomovivo.blogspot.com/2020/07/il-contributo-di-un-giovane-ricercatore.html

Dizionario della mia lingua, il sambenedettese - 11 - Ciarambognë.

«Ciarambògne, cornamusa, parola che sembra formatasi per contaminazione di 'ciaramella' e 'zampogna' e che probabilmente deriva dalla radice o radici da cui le stesse sono derivate; dal latino calamus, attraverso il francese chalumeau, dato che lo strumento è composto di canne, si sarebbe avuto ciaram e bògne, dal gr. phonía. Ciarambogne a Monsampolo e Cupramarittima; cerambogna a Montalto M.» (da Francesco Palestini, Il dialetto sambenedettese, edizioni Circolo dei Sambenedettesi).

Mia madre: "O féjë, mo' che jè 'ssa ciarambognë?", di fronte a musiche moderne che a lei non piacevano né poco né punto.



Dizionario della mia lingua, il sambenedettese - 10 - Arlëvaccë.

Arlevàcce, prendere le busse; ciarlève, prendo le busse; a Roma ciarlevo (da Francesco Palestini, Il dialetto sambenedettese, edizioni Circolo dei Sambenedettesi).

Mia madre (per me la fons fontium, assieme a mia nonna Valentina): "Marchë, mo' c'arlivë!!!", ma devo dire che, forse a torto, "n'soccë 'rlëvatë majë"...





domenica 28 dicembre 2025

Dizionario della mia lingua, il sambenedettese - 9 -- Aggiornamenti su lu "rëbbëvéssë"



Ci sono delle novità interessanti a proposito di questo post [Dizionario della mia lingua, il sambenedettese - 5 | Rëbbëvéssë (e mo vi ci voglio)] in cui amabilmente sfidavo chiunque l'avesse letto a dare un'ipotesi di etomologia su questo mugghiante verbo sambenedettese. Il precedente li leggete nel collegamento qui sopra, qui di seguito ho reso pubblico il commento (altrimenti chissà chi l'avrebbe letto?) del mio caro amico Antonio Angellotti, studioso e docente in terra d'Austria ma nato e cresciuto nella Riviera delle Palme. Sono aperti i commenti, le discussioni e altro ancora. Ringrazio Antonio per averci perso tempo.

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Caro Marco,


ho ricevuto il link da Peppe, un post del dicembre 2022, che ha per oggetto la parola "rebbevesse".

Ho letto anche il commento del tuo collega di Ascoli, che ha portato l'esempio delle piante di basilico, che erano rinsecchite e, dopo essere state annaffiate, hanno ripreso vita.

Io ti faccio notare che il vocabolo "rebbevesse" non viene dal verbo "bere", ma deriva dal verbo "vivere", per questo uso come risposta il tuo post del luglio 2025: omnis, qui mortuus fuerit, vivet! = ognuno, che non fosse più in vita, vivrà!

Funziona così: il verbo latino " vivere", come tu saprai, non ha il cosiddetto participio passato passivo; la forma "vivitum" nel latino classico non è mai esistita; però nel tardo latino, o forse nel latino medievale, questo vocabolo è stato forzatamente coniato ed usato, specialmente la forma rafforzata "re-vivitum" (che significherebbe "rivissuto").

Ora a causa della non conoscenza dell'accentazione latina, legge della penultima sillaba, gli uomini di chiesa del medioevo hanno sicuramente pronunciato la parola sulla terz'ultima sillaba, che suona: re- vivi' to!

Ecco, da "re-vivi' to" il passaggio a "ri-bbevito" è breve: dissimilazione della "v", cioè la prima v diventa "b" e viene marcatamente rafforzata!

Hai capito? Così è nata l'espressione "a 'ssa re-bbevi' to" , cioè è risuscitato, è tornato in vita.

Se il vocabolo venisse dal verbo bere, dovremmo avere "ri-bbevuto" e non "re-bbevito", non ti pare? 

Grazie per la tua attenzione. la prossima Volta, se vuoi, ti spiego l'etimologia della desinenza "-esse" in " rebbevèsse".

Arrivederci.

Antonio

Basilico decisamente "ribbevito"...