venerdì 28 aprile 2023

28 Aprile 2018 - 28 Aprile 2023. Mai dimenticare.

Nel buon tempo antico c’era l’uso dell’onore delle armi: si onoravano anche quelli che avevano perso ma che avevano dimostrato una grande virtù, un grande coraggio, e avevano comunque lottato per la loro causa.


Io sono qui a rendere omaggio, l’onore delle armi a questo piccolo grande combattente. Alfie è stato il capo di un popolo, e certo questo ha potuto essere per l’intelligente compagnia che gli ha fatto suo padre. Il capo di un popolo, di un popolo che non accetterà mai di cambiare il bene con il male, di considerare il vizio virtù, che non accetterà che i desideri anche i più degenerati possano diventare diritti in questa società senza Dio e senza amore all’uomo.

Alfie ci ha guidato: l’abbiamo visto davanti a noi precederci, e perché c’era lui - come diceva San Giovanni Paolo II - abbiamo potuto alzarci in piedi e dire


la nostra protesta a questa disumanità che avvolge tutto.

Onore a te, piccolo Alfie, l’onore delle armi.

Mons. Luigi Negri, Arcivescovo emerito di Ferrara - Comacchio e Abate emerito di Pomposa, 28 Aprile 2018



martedì 25 aprile 2023

Ogni tanto vale la pena che San Paolo me lo ricordi.


O non sapete che gli ingiusti non erediteranno il regno di Dio? Non illudetevi: né immorali, né idolàtri, né adùlteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapaci erediteranno il regno di Dio.

San Paolo, 1 Corinzi 6, 9 - 10.

giovedì 20 aprile 2023

Frammenti della mia filosofia - 39 | Chesterton, Autobiografia, Una nutrita schiera di pazzi mi chiama amico e una nutrita schiera di amici mi considera pazzo.

William Butler Yeats (seduto)
e Gilbert Keith Chesterton (in piedi)

(William Butler Yeats dichiarava:) "Non c'è un solo imbecille che possa trattarmi da amico". (...) Oso dire che c'è una nutrita schiera di pazzi che può chiamarmi amico e anche (pensiero ancor più punitivo) una nutrita schiera di amici che può chiamarmi pazzo.

Gilbert Keith Chesterton, Autobiografia.


Una bella immagine di Grottammare.




 

martedì 11 aprile 2023

Studio sul dialetto Sambenedettese (tratto dal sito vocidellamiagente.it)

Oggi ho scoperto l'esistenza di questo sito sul dialetto sambenedettese, il mio dialetto, il dialetto di mia madre e di mia nonna. Me ne compiaccio, complimenti agli autori.


Riporto l'inizio di questo studio fatto dal compianto Francesco Palestini, il resto lo troverete nel suo sito, cioè nel collegamento sotto al testo.


Studio sul dialetto Sambenedettese


A cura di Francesco Palestini


Il dialetto sambenedettese, conservatosi integro nel cuore di quel lembo di Pretuzio a nord del Tronto che nel medioevo aveva subito) ove più. ove meno) l’influenza delle parlate ascolana e fermana, è caratterizzato dall’ ammutolimento delle vocali di sillaba poco accentata, mira­colo, meràcule; lucertola, lecèrte; morire, meré; Matilde, Metélle. Uguale fenomeno si verifica negli Abruzzi, nel Molise, nella Puglia settentrionale, in Campania ed in Basilicata, mentre invece” i dialetti propriamente defi­niti marchigiani sono caratterizzati principalmente dalla mancanza di vocali indistinte.

La parola si spegne in -e muta e tale terminazione si spinge, pure se contrastata, fino all’Aso, dove è infine bloccata da quelle fermane in -u ed anche in -o. A Montalto, Montedinove,• Rotella, Castignano, Maltignano e ad Ascoli stessa, pur prevalendo il ‘fenomeno, si hanno anche finali in -a, -a semimuta, come nella zona abruzzese-molisana-campana-basilisca.

Diffusa la metafonesi per il cambio di genere (bune, bòne; frésche, frèsche; bbille, bbèlle) e anche di numero (ibòve, buve;· prète, prite), come comunemente nelle Marche e negli Abruzzi, con esiti peraltro gene­ralmente diversi da paese a paese.

Nelle parole tronche) per il cambio di genere si usa un suffisso femminilizzante prettamente indoeuropeo ( magnò, magnòne ; freché, frechéne).
Dei verbi ausiliari viene adoperato solo l essere, eccetto che alla terza persona, singolare e plurale, del passato e trapassato prossimo, nella quale si adopera l’avere. Venendo l’ausiliario èsse impiegato per la coniu­gazione attiva, non esiste la forma passiva dei verbi e, al,l’ occasione, le proposizioni vengono ridotte in forma attiva. Il non distinguere l’at­tivo dal passivo non è indoeuropeo. Notevoli pure la terminazione in -tte di alcune persone del passato· remoto ( magnètte, decètte, ecc.), da confrontare coi perfetti sannitici, come. prufatted, lat. probavit; quella in -a ( 1sìnda, ‘uàrda) dll’imperativo e la caduta del -re dell’infinito. La terza persona singolare è uguale a quella plurale, per il dissolversi delle consonanti finali della. coniugazione latina; il fenomeno è diffuso pres­soché in tutta la regione e anche talvolta in Abruzzo, ma non a Teramo.

https://www.vocidellamiagente.it/cose-il-dialetto-sambenedettese/

domenica 9 aprile 2023

Illuserunt ei.

Pilátus autem, volens pópulo satisfácere, dimisit illis Barábbam, et trádidit Jesum flagéllis casum, ut crucifigerétur. Millites autem duxérunt eum in átrium pratórii, et cónvocant totam cohórtem, et induunt eum púrpura, et imponunt ei plecténtes spineam corónam. Et cœpérunt salutare eum: Ave, Rex Iudaórum. Et percutiébant caput eius arúndine: et conspuébant eum, et ponéntes génua, aderábant. eum. Et postquam illusérunt ei, exuérunt illum púrpura, et induérunt eum vestiméntis suis: et edúcunt illum, ut crucifigerent eum. Et angariavérunt pratereüntem quémpiam, Simónem Cyrenæum, veniéntem de villa, patrem Alexándri et Rufi, ut tólleret crucem eius.

Secundum Marcum 15, 15 - 21.

Pilato, volendo soddisfare la moltitudine, liberò loro Barabba, e consegnò Gesù, dopo d'averlo fatto flagellare, per essere crocifisso. I soldati poi lo condussero nell'atrio del Pretorio, e vi convocarono tutta la coorte. Lo vestirono di porpora e, intrecciata una corona di spine, gliela misero in capo, e cominciarono a salutarlo: «Salve, o re dei Giudei». E gli picchiavano la testa con una canna, gli sputavano addosso, e piegando il ginocchio, gli si prostravan davanti. Dopo averlo schernito, lo spogliarono della porpora, e gli rimisero le sue vesti. Condottolo fuori per crocifiggerlo, costrinsero un certo Simone di Cirene, padre di Alessandro e di Rufo, che ritornava dalla campagna, a portare la croce di lui.

Vangelo secondo Marco 15, 15 - 21.

Questa è una delle pagine dei Vangeli di questi giorni che hanno preceduto la Pasqua che mi hanno colpito di più. La condanna, la morte sono l'apoteosi più alta dell'ingiustizia e della sofferenza. Ma pensiamo alla derisione, "illuserunt ei". Qui mi sono sinceramente commosso. Morire, morire ingiustamente, morire ingiustamente e deriso.