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domenica 13 settembre 2026

Il personaggio della poesia è mio parente e ne vado fiero.

Il personaggio descritto nella poesia di Ernesto Spina (1878 - 1959) che vi propongo qui di seguito è Alessandro Mandolini, ormai passato a miglior vita da una cinquantina d'anni ma assurto alla gloria della nostra originale cittadina proprio per la sua... originalità, tanto da divenire protagonista di questo arguto bozzetto di uno dei nostri migliori poeti dialettali.

Avrei altro da raccontare, ma la discrezione me lo impedisce. Cose belle e cose divertenti. Vedremo...

La poesia nella descrizione forse pecca più in difetto che in eccesso per quel che riguarda... l'istrionicità del nostro eroe. Vi sono testimonianze inequivocabili tramandate in famiglia.

Dicevo che è mio parente, il mitico Alessandro detto Lésà: era uno dei fratelli della mia nonna materna Valentina (si somigliavano molto, tra l'altro), quindi il mio prozio. Ogni tanto ancora incontro persone che mi chiedono se eravamo parenti per raccontarmi qualche altro episodio. Io, come è giusto, non nego, ascolto, annoto e riconosco nel suo DNA un po' del mio...

Ecco, ve lo presento, molto molto simpatico.

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E ssu Lesà! mbe quanne a mme me sirve?

Je 'n'ore che qua dentre me fa sta!

Mumente minzedi mme fa senà!...

Mo che me da?... E chesse è tutte nirve!

Damme, da cristijà, mmeccò de cicce!...

Ssa cenciapelle porbie a mme la da?

Nnu vuie lu cannocce!... Che ce fa?...

— Jeteve tutti vi, ccusci so spicce!!!

Nghe llu mumunte rrentre na Segnore:

— Buon giorno, signor Sandro! Scusi sa!

« Stamane del filetto non ce l'ha? »

Pe lei ce starà sempre 'n tutte ll'ore!

Quante ne facce, un chilo u settecente?

— Duecento grammi; serve al mio Bebè!...

— Lo tagli, per favor, nel mezzo, veh! -

Ecche servite! - Grazie! - E va cuntente...

Ma quante mastremucce sta facenne

Perché jè na segnore e sa parla'!

E mmice a nnu ce scacce come j ca'!

Sempre pe ll'arie j stracce va velenne!...

Ss'à fatte bbune, e zitte mm à servite, Però come la sole mm'è l'à date!!


https://www.vocidellamiagente.it/wp-content/uploads/2021/09/Dentrealumacellare.pdf


                            Ernesto Spina


lunedì 11 maggio 2026

Dizionario della mia lingua, il sambenedettese - 14 - Chiaranzane.

Chiaranzàne, piccola parte di chiaro in un cielo tutto plumbeo, piovoso.

Da Francesco Palestini, Il dialetto sambenedettese, Edizioni del Circolo dei Sambenedettesi.

Non è propriamente una chiaranzanë 
ma ci andiamo vicini. Foto mia scattata
sul lungomare di Grottammare pochi anni fa


Mia madre, che tanto amava osservare i colori e le loro sfumature, soprattutto quelli del cielo e del mare, mi invitava spesso a guardare "la chiaranzànë", quando si vedeva nel cielo della nostra città ("guarda, mammë, la chiaranzànë... 'uarda che culòrë..."). Tutto ciò che poteva creare stupore e interesse visivo era occasione di osservazione e conversazione, con mia madre. Debbo aver ripreso da lei il piacere di osservare il cielo, le nuvole, il mare, l'orizzonte.

Dizionario della mia lingua, il sambenedettese - 13 - Carrìre.

Carrîre, corsa (solo di recente si è detto còrse), quasi lo spagnolo carrera: chissà se debba riferirsi a qualche vetusta parentela in comune con gli antichi abitatori della penisola iberica invece che ad una derivazione diretta.

(da Francesco Palestini, Il dialetto sambenedettese, Edizioni del Circolo dei Sambenedettesi).

Mia madre diceva spesso, quando era molto stanca: "Më vajë a dërmé, più ddë còrsë chë dë carrirë" (vado a dormire, più di corsa che di carriera).



sabato 2 maggio 2026

Dizionario della mia lingua, il sambenedettese - 12 - Prësórë.


«Prësórë
(dal punto di vista fonetico a mio avviso va scritto così, spesso scritto "presore" o "presóre", ndr) - fango, sterco. I nostri pescatori usano il termine anche per indicare un qualsiasi ostacolo sottomarino su cui incappano con le reti, riportando gravi danni alle reti stesse ed al pescato».

Ricordo che i lemmi di questo dizionario sono tratti quasi sempre da "Il dialetto sambenedettese" di Francesco Palestini, Edizione Circolo dei Sambenedettesi. Poi aggiungo, quando possibile come in questo caso, la mia personale esperienza della parola in esame.

Sottoscrivo quanto detto da Francesco Palestini, e aggiungo.

Mia madre diceva di aver preso una presura (italianizzo...) quando per esempio incontrava una persona particolarmente chiacchierona e querula che la faceva tornare tardi a casa tenendola in chiacchiere.

Ricordo un episodio della mia gioventù per significare meglio il termine. Una volta un peschereccio rimasto ignoto prese una "prësórë" con la rete, cioè un ordigno bellico della seconda guerra mondiale, la tirò in secco e l'abbandonò sulla banchina del porto. Le autorità, una volta scoperta la "prësórë" a seguito di avviso anonimo, la fecero brillare con le dovute precauzioni in mare, non senza aver preventivamente evacuato un'ampia zona della nostra cittadina, tra cui casa mia. Andammo a vedere assieme a migliaia di altre persone il brillamento della "prësórë" in mare dalle colline circostanti. Che effetto!


lunedì 29 dicembre 2025

Dizionario della mia lingua, il sambenedettese - 11 - Ciarambognë.

«Ciarambògne, cornamusa, parola che sembra formatasi per contaminazione di 'ciaramella' e 'zampogna' e che probabilmente deriva dalla radice o radici da cui le stesse sono derivate; dal latino calamus, attraverso il francese chalumeau, dato che lo strumento è composto di canne, si sarebbe avuto ciaram e bògne, dal gr. phonía. Ciarambogne a Monsampolo e Cupramarittima; cerambogna a Montalto M.» (da Francesco Palestini, Il dialetto sambenedettese, edizioni Circolo dei Sambenedettesi).

Mia madre: "O féjë, mo' che jè 'ssa ciarambognë?", di fronte a musiche moderne che a lei non piacevano né poco né punto.



Dizionario della mia lingua, il sambenedettese - 10 - Arlëvaccë.

Arlevàcce, prendere le busse; ciarlève, prendo le busse; a Roma ciarlevo (da Francesco Palestini, Il dialetto sambenedettese, edizioni Circolo dei Sambenedettesi).

Mia madre (per me la fons fontium, assieme a mia nonna Valentina): "Marchë, mo' c'arlivë!!!", ma devo dire che, forse a torto, "n'soccë 'rlëvatë majë"...





domenica 28 dicembre 2025

Dizionario della mia lingua, il sambenedettese - 9 -- Aggiornamenti su lu "rëbbëvéssë"



Ci sono delle novità interessanti a proposito di questo post [Dizionario della mia lingua, il sambenedettese - 5 | Rëbbëvéssë (e mo vi ci voglio)] in cui amabilmente sfidavo chiunque l'avesse letto a dare un'ipotesi di etomologia su questo mugghiante verbo sambenedettese. Il precedente li leggete nel collegamento qui sopra, qui di seguito ho reso pubblico il commento (altrimenti chissà chi l'avrebbe letto?) del mio caro amico Antonio Angellotti, studioso e docente in terra d'Austria ma nato e cresciuto nella Riviera delle Palme. Sono aperti i commenti, le discussioni e altro ancora. Ringrazio Antonio per averci perso tempo.

_______

Caro Marco,


ho ricevuto il link da Peppe, un post del dicembre 2022, che ha per oggetto la parola "rebbevesse".

Ho letto anche il commento del tuo collega di Ascoli, che ha portato l'esempio delle piante di basilico, che erano rinsecchite e, dopo essere state annaffiate, hanno ripreso vita.

Io ti faccio notare che il vocabolo "rebbevesse" non viene dal verbo "bere", ma deriva dal verbo "vivere", per questo uso come risposta il tuo post del luglio 2025: omnis, qui mortuus fuerit, vivet! = ognuno, che non fosse più in vita, vivrà!

Funziona così: il verbo latino " vivere", come tu saprai, non ha il cosiddetto participio passato passivo; la forma "vivitum" nel latino classico non è mai esistita; però nel tardo latino, o forse nel latino medievale, questo vocabolo è stato forzatamente coniato ed usato, specialmente la forma rafforzata "re-vivitum" (che significherebbe "rivissuto").

Ora a causa della non conoscenza dell'accentazione latina, legge della penultima sillaba, gli uomini di chiesa del medioevo hanno sicuramente pronunciato la parola sulla terz'ultima sillaba, che suona: re- vivi' to!

Ecco, da "re-vivi' to" il passaggio a "ri-bbevito" è breve: dissimilazione della "v", cioè la prima v diventa "b" e viene marcatamente rafforzata!

Hai capito? Così è nata l'espressione "a 'ssa re-bbevi' to" , cioè è risuscitato, è tornato in vita.

Se il vocabolo venisse dal verbo bere, dovremmo avere "ri-bbevuto" e non "re-bbevito", non ti pare? 

Grazie per la tua attenzione. la prossima Volta, se vuoi, ti spiego l'etimologia della desinenza "-esse" in " rebbevèsse".

Arrivederci.

Antonio

Basilico decisamente "ribbevito"...


domenica 21 dicembre 2025

Le tre gassose e il loro mescitore...

Riassunto delle puntate precedenti:

1) Il 19 novembre 2023, cioè poco più di due anni fa, scrissi nel post Tre gassose una storia della mia infanzia per me spassosissima, in cui tra l'altro dicevo:

La gassosa la compravamo al mare, allo stabilimento, costava cinquanta lire credo. Si andava vicino alle cabine dove c'era un frigorifero a pozzetto di quelli alimentati da quelle colonne di ghiaccio che una volta si fabbricavano vicino al porto, quindi non azionati elettricamente. C'era un ombrellone o una specie di tettoia, e lì c'era lui, l'Unglesë.
Questo nome stava scritto in piccolo in un angolo del già citato cartello dello stabilimento: "Da l'Unglesë".

2) Sabato 6 dicembre, chiacchierando coi miei due amici Giovanni e Massimo, raccontando l'episodio ricordavo come un fulmine a ciel sereno che il mitico L'Unglesë si chiamava Domenico, e loro me lo confermavano. Mi hanno detto anche che L'Unglesë era il nonno di un loro amico che poi rilevò lo stabilimento in anni successivi (ora quello stabilimento non c'è più, al suo posto c'è un altro stabilimento con ristorante pizzeria che occupa due concessioni balneari). Mi promettevano che avrebbero chiesto notizie più accurate del nostro eroe.

3) Ebbene, sabato 20 dicembre 2025 sono passato nel supermercato dei miei amici Giovanni e Massimo e ho appreso che L'Unglesë si chiamava Domenico Crescenzi! Da informazioni che hanno assunto appositamente per me (e di questo li ringrazio di cuore) ho saputo che l'altra signora che stava con lui a Lu Talafé, Rosa, era sua sorella, e che il soprannome epico gli era stato dato perché... avevo ragione, era la terza ipotesi che formulavo nel mio post originario: mi ha detto Giovanni che lo chiamavano così perché quando parlava non si capiva niente!

Il mistero si è diradato ed ora tutto ha ancora più sapore! Evviva!

Il resto della storia è sempre qui sotto:

https://marcosermarini.blogspot.com/2023/11/tre-gassose.html



P. S.: a me sembrava di ricordare che sul cartello ci fosse scritto L'Unglese, ma in una pubblicazione del Circolo dei Sambenedettesi ho appreso che il soprannome, assieme a tanti altri, è "allibrato" come Nglèse... 


domenica 7 dicembre 2025

Un aggiornamento su questo vecchio post, la storia delle tre gassose...

il 19 novembre 2023, cioè poco più di due anni fa, scrissi nel post Tre gassose:

Estate, forse dell'anno 1970, massimo 1971. San Benedetto del Tronto, la mia bella città, in estate è splendida e sempre piena di sole. Giugno, luglio, agosto, ho solo ricordi di giornate inondate di sole e di luce che accende i colori, mare azzurro, sabbia calda, palettina e secchiello.

Il rituale era semplice: partivamo da casa a piedi, da via Carducci 29, e raggiungevamo la stazione ferroviaria, non troppo distante. Lì prendevamo il bus urbano...

e più avanti dicevo:

La gassosa la compravamo al mare, allo stabilimento, costava cinquanta lire credo. Si andava vicino alle cabine dove c'era un frigorifero a pozzetto di quelli alimentati da quelle colonne di ghiaccio che una volta si fabbricavano vicino al porto, quindi non azionati elettricamente. C'era un ombrellone o una specie di tettoia, e lì c'era lui, l'Unglesë.
Questo nome stava scritto in piccolo in un angolo del già citato cartello dello stabilimento: "Da l'Unglesë".

Ebbene, ieri, sabato 6 dicembre, chiacchierando coi miei due amici Giovanni e Massimo mi è tornato alla mente il nome del mitico L'Unglesë, cioè Domenico, e loro me l'hanno confermato perché anche loro da ragazzi (siamo più o meno coetanei) frequentavano lo stesso stabilimento. Mi hanno detto anche che L'Unglesë era il nonno di un loro amico che poi rilevò lo stabilimento in anni successivi (ora quello stabilimento non esiste più, ha lasciato il suo spazio ad uno stabilimento con ristorante pizzeria che occupa due concessioni balneari). Mi hanno promesso che avrebbero chiesto notizie più accurate del nostro eroe. Appena ne avrò l'occasione ve ne darò notizia. Chissà, forse scopriremo anche l'origine del pittoresco soprannome...

Il resto della storia è sempre qui sotto:

https://marcosermarini.blogspot.com/2023/11/tre-gassose.html





mercoledì 27 agosto 2025

La vera resistenza - A San Benedetto del Tronto si dice "zózzë" e mai "zuzz".

In sambenedettese non si dice "Mimmo lu Zuzz", bensì "Mimmë lo zózzë" (al più "lu zozz" -- la e con la dieresi esprime il suono della e tronca tipico della nostra lingua; di sicuro è meglio "lu zozz" de "lu zozze"...).

Molti di voi conosceranno e stimeranno la nota pizzeria sita al centro della nostra cittadina.

Quando la sento chiamare "Mimmo lu Zuzz" ho la stessa sensazione del gessetto che stride sulla lavagna. Ma che è?!?

"Lu zuzz" non è dialetto sambenedettese bensì della Vallata del Tronto. Ho parte delle mie radici che affondano in terreno spinetolese, che è Vallata del Tronto e ne sono orgoglioso, ma è un altro dialetto. A San Benedetto non si dice così.

È giusto per fare uno dei tanti esempi del cedimento del nostro dialetto nei confronti di quelli delle aree circostanti.

Tra l'altro i proprietari della pizzeria ce l'hanno scritto pure, quindi perché inventi...?




venerdì 27 giugno 2025

Dizionario della mia lingua, il sambenedettese - 8 - Termine dall'etimologia misteriosa!

Vattezzìre, dice Francesco Palestini "botte da orbi, all'impazzata" che sull'etimologia  ipotizzava: "forse da 'battere' e 'giro'?".

Mi sono arrovellato per decenni. Ho pensato anch'io così, ma sono poco convinto quanto probabilmente lo era Palestini, con quel punto interrogativo...

Ho pensato che quel -zzìre sia un esito come quello de lu tappëzzìrë (il tappezziere), o come lu barëvirë (il barbiere), ma che sarebbe il "vattezziere" (o "battezziere"?)? Non lo so proprio.

Poi vado sulla Treccani e mi scappa fuori questo:

batteżżière s. m. [der. di battezzare]. – Sacerdote che ha l’incarico di battezzare, in vece del parroco; più comunem. detto battista.

Nelle espressioni colloquiali ho spesso sentito dire cose tipo: "vieni qua che ti battezzo io..." come per intendere "ti sistemo io", per quanto il rito del battesimo cristiano non comprenda nessun tipo di... "contatto fisico", al contrario della cresima che nel rito antico prevedeva che il cresimato ricevesse un piccolo schiaffo dal vescovo, a sacramento impartito.

Per me resta un mistero. A mamma ho sentito dire molte volte anche "lu vattezzìre de le palmë"... e qui il mistero si infittisce.

Se qualcuno lo sa, batta un colpo (o rimarrà un mistero insondabile come lu rebbëvéssë?)...



AGGIORNAMENTO DEL 29 DICEMBRE 2025:

Su lu "rëbbëvéssë" abbiamo un interessante aggiornamento:

giovedì 26 giugno 2025

Dizionario della mia lingua, il sambenedettese - 7 - Interessante termine liturgico.

Patràccule, bàttola, crotalo, troccolo: arnese di legno che si usa come surrogato delle campane per chiamare i fedeli in chiesa il Venerdì ed il Sabato Santo, quando i sacri bronzi tacciono.


#liturgia #sambenedettese #SanBenedettodelTronto #dialetto

domenica 22 giugno 2025

Dizionario della mia lingua, il sambenedettese - 6 - Domattina.

Dëmaténë cioè domattina, domani mattina.

Ma la cosa in sé non ha niente di speciale se non che mia mamma e tutto il parentado sambenedettese non si limitava a dire "dëmaténë" ma solo apparentemente rafforzava il concetto dicendo "dëmaténë a maténë", con ciò svelando che in realtà "dëmaténë" significasse semplicemente "domani"...

🤷🏽‍♂️


#SanBenedettodelTronto #dialetto #sambenedettese

domenica 19 novembre 2023

Tre gassose.

Eccola com'era...!


Estate, forse dell'anno 1970, massimo 1971. San Benedetto del Tronto, la mia bella città, in estate è splendida e sempre piena di sole. Giugno, luglio, agosto, ho solo ricordi di giornate inondate di sole e di luce che accende i colori, mare azzurro, sabbia calda, palettina e secchiello.

Il rituale era semplice: partivamo da casa a piedi, da via Carducci 29, e raggiungevamo la stazione ferroviaria, non troppo distante. Lì prendevamo il bus urbano, che mia madre ancora chiamava "il postale". Era verde, mi pare che la ditta che faceva il servizio si chiamasse Romanelli. Mi piaceva quell'ondeggiare appesi al palo, e il campanello che mamma suonava per ricordare all'autista la nostra fermata. Il bigliettaio con la borsa di cuoio nero, la camicia azzurra e il berretto, bello in carne, incastrato in quella specie di scranno da cui distribuiva pacifico i bigliettini. 

Andavamo allo stabilimento "Il Delfino", sottotitolato in sambenedettese "Lu Talafé". Avevamo l'ombrellone e la cabina, arrivavamo e mamma mi diceva: "Aspetta un po' prima di farti il bagno...". Mai capita la ragione di quest'attesa, ma comunque rendeva il bagno più - appunto - atteso. So che oggi è una cosa sconosciuta e incomprensibile ai più. Finalmente arrivava l'ora del bagno, tuffi, giochi con la sabbia, tuffi ancora, e poi si usciva, asciugamano, cambio del costumino, pizzetta bianca e gassosa.

La gassosa era ovviamente la gassosa Roncarolo, prodotta a San Benedetto del Tronto dalla ditta di colui che fu uno dei più rispettati presidenti della Sambenedettese Calcio. Ricordo le bottiglie trasparenti, le prime erano rigate all'esterno, con la scritta impressa sul vetro, poi più avanti divennero lisce. È facile dire che oggi mi sembra di risentirne il sapore. Con la cannuccia d'ordinanza (erano incartate e speravo sempre mi capitasse il colore preferito), era il momento più bello della mattina passata al mare, poco prima di andare a casa per il pranzo.

La gassosa la compravamo al mare, allo stabilimento, costava cinquanta lire credo. Si andava vicino alle cabine dove c'era un frigorifero a pozzetto di quelli alimentati da quelle colonne di ghiaccio che una volta si fabbricavano vicino al porto, quindi non azionati elettricamente. C'era un ombrellone o una specie di tettoia, e lì c'era lui, l'Unglesë.

Questo nome stava scritto in piccolo in un angolo del già citato cartello dello stabilimento: "Da l'Unglesë".

"Da L'Unglèsë" e "Lu Talafé" davano un senso di esotico a tutto, per me bambino. La persona citata merita poi un discorso a parte.

L'Unglesë doveva essere un marinaio in pensione. Per me era alto, non so quanto lo fosse veramente, e la sua figura torreggiava burbera sulla spiaggia. Pantaloncini corti di tipo militare beige scoloritissimi tanto da sembrare un reduce di El Alamein, canottiera di lana scura tutta l'estate (mamma la chiamava "la majë dë la salótë", la maglia della salute... mah), pelle raggrinzita del colore del cuoio, stempiato, la bocca perennemente piegata verso il basso in una smorfia non si capiva se scorbutica o sprezzante o semplicemente perché quella era la piega della sua bocca, e gli occhi coperti da due palpebre così spesse che non si intuiva mai se vegliasse o stesse dormendo. Ma non dormiva.

Girava con un motorino 50 con dei resti di colore rosso, tipo un Guzzino o qualcosa del genere, con una cassetta del pesce di color crema presa al mercato ittico del porto e munita dello stemma comunale rosso e blu, legata con una specie di "ragno", fisso, sempre, una specie di portapacchi artigianale molto diffuso dalle nostre parti.

E poi quel nome...

Non si capiva se era dovuto al fatto che biascicasse qualche parola di inglese, o se tra i mille mari navigati ne avesse visti anche dei colori dell'Union Jack o più semplicemente se parlasse in un modo talmente incomprensibile da sembrare appunto inglese. Io avrei giurato si trattasse della terza ipotesi.

Non ne ho mai saputo il vero nome.

Allora, dopo il bagnetto e tutto il resto andavi da lui con le cinquanta lire in mano, chiedevi una gassosa, lui la tirava fuori dal pozzetto con il ghiaccio a colonna e te la stappava seduta stante con uno stappabottiglie appeso ad uno spago da qualche parte, e poi ti ci schiaffava dentro la cannuccia, e tu pago di tanto piacere andavi via felice. Quasi sempre.

Noi bambini sambenedettesi sapevamo che dovevi limitarti a dirgli il numero delle gazzose che volevi, e lui ti accontentava, togliendoti di mano gli spicci che ti aveva dato mamma, brusco come tutto era brusco in lui. D'altronde si capiva che non era tipo da intavolare conversazioni. 

I problemi nascevano da richieste "originali" o da altri intoppi. 

Quella mattina fu segnata da un piccolissimo intoppo.

Eravamo in fila indiana davanti a lui. Davanti a me c'era una bambina dai capelli scuri, piccolina, partita fiduciosa. Io dietro con il mio soldino. 

La piccola si avvicina e chiede a L'Unglesë nel suo parlare: "... tre gaszòszeee..." (tre gazzose pronunciate con accento di qualsivoglia dialetto italiano di derivazione celtica: lombardo, veneto, "dell'Àlditalië", ossia dell'Alta Italia, eccetera...).

L'Unglesë: "Chë vu'?!?".

La povera bambina prova ad insistere con voce che si fa tremante: "Tre gaszòszeee!".

Io dietro di lei - forse ero più grande di lei, comunque non avevo più di sei anni, ne sono certo - sarei anche intervenuto, ma prudentemente tacqui.

L'Unglèsë insiste col medesimo tono, forse leggermente più perentorio: "Chë vuuuu'?!?".

La poveraccia gli fa, ormai in lacrime: "Tre gaszòseeee!!!".

Lui la riguarda con uno degli occhi normalmente semichiusi che si fa leggermente più aperto, lei a quel punto scappa a gambe levate piangendo verso la mamma. Io dietro: "Una gassosa!!!" con un tono da sergente di giornata, forte e chiaro, e con le cinquanta lire sciolte sulla manina. Gassosa schiaffata nell'altra mano con la cannuccia d'ordinanza e via, evaporo con nonchalance ma leggermente scosso anche io. Però un po' mi viene da ridere, poi.

Sono passati più di cinquanta anni ma ho ancora vivo davanti agli occhi l'episodio e ci rido, ci rido a crepapelle tutte le volte che lo rivedo scorrere nella mia mente immersa nel sole dell'infanzia. Il nostro eroe dei sette mari che era nato e cresciuto ruvido, e sempre ci rimase, né più e né meno di tanti nostri concittadini, per me rappresenta una specie di fumetto, di ritratto dei nostri marinai, abituati più a discutere col mare e col vento e a gridare potenti maledizioni a lu scijò. Razza in via d'estinzione, purtroppo. La bambina chissà dove sarà, forse ancora scappa, poverina. Io sono qui, contento di essere nato e cresciuto in questo porto di mare pieno di sole e di una certa sana ignoranza.

San Benedetto del Tronto
e la sua spiaggia in quegli anni

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Aggiornamento del 22 giugno 2025:

Felice è colui che ama ancora ciò che amava all'asilo: non è stato spezzato in due dal tempo; non sono due uomini, ma uno solo, ed ha salvato non solo la sua anima ma la sua vita.

Gilbert Keith Chesterton, Illustrated London News, 26 Settembre 1908.

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Aggiornamento del 6 dicembre 2025:

Abbiamo maggiori dettagli su L'Unglèsë (o Lu Nglèse):


Aggiornamento del 20 dicembre 2025:

L'Unglèsë (o Lu Nglèse) ha finalmente un'identità precisa (!):

martedì 20 dicembre 2022

Dizionario della mia lingua, il sambenedettese - 5 | Rëbbëvéssë (e mo vi ci voglio).




Rëbbëvéssë: risuscitare, rinascere, per estensione di chi si ricrea tanto da sembrare nato nuovamente.

L'etimologia? È qua che vi volevo! La sto cercando da anni, ma non sono mai riuscito a formularla in alcun modo. Se qualcuno dovesse saperla o scoprirla, lo accoglierò a braccia aperte.

Molto usato a San Benedetto, ma anche nella Vallata del Tronto, a quanto pare.

È un termine talmente lontano dai suoi significati italiani che tutte le volte che lo sento mi suscita grande ilarità e contentezza. Il suono stesso provoca allegria, una specie di muggito, qualcosa di rustico e positivo, beneaugurante e allegro.

Ho un bellissimo ricordo della mia infanzia, nell'epoca in cui non si mandavano prosaici sms ma poeticissime cartoline illustrate. Io ero molto piccolo, sapevo appena leggere. Arrivò una cartolina da Chianciano Terme; zio Tonino, fantasista eclettico in quanto veterinario, pittore e fondamentalmente uomo di spettacolo (bastava stare con lui e ci si divertiva), era andato a fare le terme e dall'amena località toscana ci inviò il seguente testo:


Un saluto a tutti, rinfrancati e ribbeviti


Per un bambino piccolo come me, di sei o sette anni, vedere scritta una parola in dialetto su una cartolina era di per sé un motivo di riso notevole. La stessa scrittura, un vago elegante corsivetto, era di per sé ridanciana. Ancora adesso ci ripenso e rido... 

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Triplice aggiornamento del 21 dicembre 2025:

... e oggi ci ripenso, rido... e ringrazio!

Felice è colui che ama ancora ciò che amava all'asilo: non è stato spezzato in due dal tempo; non sono due uomini, ma uno solo, ed ha salvato non solo la sua anima ma la sua vita.

Gilbert Keith Chesterton, Illustrated London News, 26 Settembre 1908.

Non credo, a titolo personale, che un bambino ottenga il suo miglior cibo fisico succhiandosi il pollice; né che un uomo ottenga il suo miglior cibo morale succhiando la sua anima e negando la sua dipendenza da Dio o da altre cose buone. Vorrei sostenere che il ringraziamento è la forma più alta di pensiero e che la gratitudine è la felicità raddoppiata dalla meraviglia.

Gilbert Keith Chesterton, Una breve storia d'Inghilterra.

venerdì 16 dicembre 2022

Maggio 1974, forza Samb!!!

Ho trovato questo bell'articolo che rievoca la promozione della Sambenedettese in serie B dopo il campionato 1973 - 1974. Mi ha fatto ricordare tante cose, la gioia semplice di tutti noi, piccoli e grandi, per questo bel traguardo. Io avevo nove anni. Racconta bene, sia dal punto di vista calcistico che storico che sociale:

https://www.ilmartino.it/2020/02/samb-ravenna-la-storica-sfida-del-74/

Questa foto rende bene l'idea del clima che si viveva in quei giorni, allora l'ho presa a prestito dall'articolo.

Mesi fa ho scritto questo post. Io non sono un tifoso, ma quando la gente è contenta e fissata per cose buone, me ne rallegro, partecipo. Quando serve, sono anche critico verso i miei concittadini, ma alla fine sono sempre grato al Padreterno per avermi fatto nascere qui:

https://marcosermarini.blogspot.com/2022/02/la-samba-samba.html

Una cosa così, per ridere.

giovedì 15 dicembre 2022

Dizionario della mia lingua, il sambenedettese - 4 | Una parola perduta.

Quattro anni fa circa scrissi questo post:

Parole perdute!

Questa non l'avevo mai sentita. Grazie al compianto Francesco Palestini che l'ha conservata.

'Frahiéme, autunno. Certamente derivato dall'alterazione di una particolare costruzione latina "infra hiemen (=al di sotto dell'inverno, prima dell'inverno)" usata al posto del corrispondente "autumnus".


Complice la perdita incipiente della memoria, oggi l'ho ritrovata qui in questo blog come se l'avessi vista per la prima volta. In realtà questo fenomeno non mi è nuovo; a volte cerco delle cose su internet su un determinato argomento, poi le scopro e dico: - ma questo ha scritto esatto quello che volevo dire io! per poi scoprire che ero io, e mi compiaccio, certamente non della bravura ma del fatto che nonostante tutto vada d'accordo con me stesso...

Mi ha creato quindi un bello stupore rinnovato, dono prodigioso del rimbecillimento (qualcuno mi consola dicendo che debbo tenere a mente tante, troppe cose, ma sono un po' scettico...).

Al tempo stesso mi ha dato un pizzico di malinconia il pensare che questa parola davvero non si usi più, come d'altronde tante altre che non conosco né mai ho sentito. Però intanto sta qui, e i pochi lettori lo sapranno. 

Spero che pensino di tramandarlo a figli e nipoti, che qui a San Benedetto autunno non si dice "autunno", ma 'frahiéme!

Sammënëdèttë 'n 'frahiéme


Dizionario della mia lingua, il sambenedettese - 3 - Canasse.

Canasse, mento; a Montefiore canasce.

Mia madre lo usava per estensione intendendo anche la dentiera. Una volta eravamo ad un pranzo per una festa di amici di famiglia e c'era il nonno, molto anziano e un po' selvaggio, che non aveva cura che la dentiera gli cadesse continuamente. 

Tornati a casa mia madre mi disse, tra l'infastidito e il divertito: 

«...e ppù 'llu vicchië jë së caschì sembrë la canassë...».


 

Dizionario della mia lingua, il sambenedettese - 2 - A-ttòrze.

Proviene sempre da Il dialetto sambenedettese di Francesco Palestini, edito dal Circolo dei Sambenedettesi.

A-ttòrze, a zonzo; vagabondando 'tturz jènne (o 'tt'(e)rzijènne, come si comincia a dire): la parola deriva dal fenicio tur, che ha lo stesso significato del francese tour, 'giro'; essa dunque caratterizza il fannullone che non ha voglia di fare nulla e perde il tempo a camminare in circolo, senza scopo, oppure qua e là senza meta, come un fiume tutto anse e giravolte, attardato dalla pianura, che non trova più la dritta via che conduce al mare.

Per estensione oggi ne è invalso l'uso anche nel significato di "molto".

Un mio amico, quando facevamo il liceo, giocava a Space Invaders e, vedendo tutti gli omini pronti ad ucciderlo diceva: "i mammëccéttë a ttòrzë!".