sabato 29 agosto 2026

«Il Foltroneeeee...!» - Cronaca d'un ascensione in montagna di fine agosto.

Oggi siamo andati sul Monte Foltrone o, come forse è più noto, sulla Montagna di Campli. Sono andato con il mio vecchio amico istruttore di sci alpinismo e con un nuovo simpatico amico. 

Abbiamo lasciato la macchina a Guazzano, quota 787 m, sul versante orientale della montagna. È una montagna che conosco da tutta la vita, l'ho sempre guardata da lontano ma non c’ero mai salito sopra. Anzi, dico di più: la vedo centinaia di volte al mese, girando le nostre contrade ed in particolare andando verso Ascoli per il mio mestiere. Fa parte del gruppo dei cosiddetti Monti Gemelli, assieme alla Montagna dei Fiori. È il monte che dei due è situato più a sud. Ripeto, non c’ero mai andato e per strada ho pensato che sarebbe stata una passeggiata piuttosto facile, visti i poco più che 1.700 m. (per la precisione 1.718). Mi sentivo forte dopo aver fatto i 3.154 m. del Piz Boè sul gruppo del Sella qualche settimana fa, con dislivelli tonanti costellati di tornanti, ma era un’illusione. Il dislivello è di quasi 1000 m e comunque non è poco, non illudetevi. 

Siamo partiti alle 7:55, sostenuti da un venticello che man mano che si saliva si faceva più forte e più piacevole, per cui all'andata non abbiamo sofferto il caldo. Anzi, la presenza del vento ci dava l’idea che le nuvole sarebbero scomparse, cosa che è successa solo in parte, come si può vedere dalle foto. 



La catena in fondo, verso sud,
è il gruppo del Gran Sasso d'Italia.


C'è ma non si vede, in fondo è il Mare Adriatico.
Sotto le campagne di Campli e di Civitella del Tronto.


Abbiamo attraversato un bosco che alla sua base è composto di frassini e faggi, e man mano che si sale i faggi prendono il sopravvento diventando sempre più alti e belli. 


Una ceppaia di faggi.

Guardate che spettacolo...

Un maestoso frassino.

Verso quota 1340 si lascia il bosco e ci si scopre. Si inizia a vedere il bellissimo panorama, purtroppo oggi però la foschia, data dalla presenza dell’umidità portata dall’anticiclone africano, ci ha dato modo di vedere meno di quello che speravamo. Abbiamo visto il Gran Sasso lì vicino, avvolto dalla medesima aria fosca. Salendo di altri 200 m circa abbiamo pensato di scegliere la via “dritta per dritta” che conduce sulla cima. Va detto che c’è un sentiero alternativo molto bello e molto ampio che costeggia dei bellissimi dirupi da cui si vedono il piccolo paese di Macchia da Sole, la Montagna dei Fiori, alberi bellissimi, la valle del Salinello ed in lontananza le Marche.

Tutto questo si vede al ritorno






Scelto il “dritto per dritto” poi dopo ti ricordi che hai sessantun anni, che il fiato si fa camminando soprattutto in salita, che quest’anno di salite non ne hai fatte tantissime però la bontà e la simpatia dei tuoi amici ti aiutano a prendere con un'altra filosofia la faccenda e ad affrontare una salita che tutto sommato è una serie di gradini, nemmeno tanto irregolari, circondati da erba, non un incerto e scivoloso ghiaione. In fondo sono gli ultimi 218 metri e la montagna ti dà pure l'illusione che stai a una schioppettata dalla mèta, ma la schioppettata è la faticaccia che fai... Il problema è solo il fiato che devi rompere per la seconda volta.

Per la cronaca, qui debbo spiegare il motivo del titolo: il mio amico istruttore di sci alpinismo è arrivato per primo sulla vetta e ci ha nettamente bruciati, tanto da tornare indietro per vedere soprattutto come ero messo io, e lo ha fatto scendendo e canticchiando questo motivetto creato da lui per l'occasione: “Il Foltroneeeee…”. Mentre scendeva gli ho detto: ma che t’è preso? sei impazzito? riscendere di corsa? perché? E lì ho scoperto che si era fatto scrupolo per me… Come non voler bene a gente del genere? L'altro compagno d'avventura all'inizio della costa per arrivare alla cima s'era sparato un rassicurante panino con il pecorino...

Ad un certo punto volenti o nolenti si arriva in cima e lì, ragazzi, il vento era davvero forte. Per qualche momento ho pensato anche di volare… non scherzo.

Stringo le labbra come mia madre quando faccio
qualcosa di serio e impegnativo (cambiare le marce
dure della Vespa, ad esempio): qui era cercare di non
 volare via... ragazzi, gli dava, quel vento...

Abbiamo fatto una brevissima sosta per rifocillarci e poi abbiamo proseguito verso il punto di partenza ma facendo una specie di anello che è quel sentiero che è consigliatissimo quando si scende, perché si gode veramente una bella vista. Dalla cima devo dire che si vedeva il paese di Campli, la frazione di Campo Valano, si intravedeva Teramo e poi anche Civitella del Tronto e in lontananza la costa del Mare Adriatico. Peccato quella foschia. Però è stato bellissimo. Fatto questa specie di anello si arriva alla Fonte della. Iaccera, e si prosegue riscendendo verso il bosco. Il mio amico continuava a cantare: “il Foltroneeee…”… ma a parte questo, dopo è tutto facile, eccettuato il fatto che si sente il peso dell’ascensione sulle gambe, soprattutto degli ultimi 200 e passa metri “dritti per dritti”.

Siamo arrivati alla macchina all’incirca alle 12:40, dunque ci abbiamo messo circa quattro ore e quarantacinque minuti. Ringrazio i miei compagni di avventura, che sono stati molto pazienti con me. Ringrazio ancor di più il Padre Eterno, che è un gran Signore, anzi, il più grande, per avermi dato modo di salire, sedere (invero non più di cinque minuti…) e mirare (per tutte le quattro ore e quarantacinque minuti) tante belle cose che ha fatto lui.

La vita è fatta di questo e raccontarlo mi mette gioia.

Questo è per i "fissi"...




venerdì 28 agosto 2026

Alla ricerca dei Crivelli... "perduti".

Oggi, in cerca di pace e buona compagnia, sono partito col mio amico Marco diretto a Massa Fermana, dove abitualmente alligna un Polittico di Carlo Crivelli, uno dei miei artisti preferiti.

La strada per Massa Fermana è poca, una quarantina di chilometri da casa mia, ma vuole del tempo: si attraversano tanti paesi, il grande territorio di Fermo, Magliano di Tenna, Grottazzolina, Montappone e altri centri tutti belli, tutti collocati in queste irte colline marchigiane, immerse in un verde che si riprende lo spazio che l'uomo non vuole più usare. Già il semplice girare è un piacere: guardare fuori dal finestrino, osservare i palazzi e le mura, il bel tono tipico delle nostre parti delle antiche murature, caldo e chiaro, il verde e gli alberi, valli e fossi...

Giunti sul posto, il primo sguardo tocca le case sorte negli anni Cinquanta e Sessanta, non un bel vedere, ma quando si supera questa cortina si arriva davanti alla vista di un paese antico e vero, con una sua armonia e bellezza. Guardate la bella porta di Sant'Antonio:


Il viaggio varrebbe anche solo per vedere questa porta. Il portone in legno è rimasto intatto, antichissimo e consunto e questo a me non dispiace per nulla. Salendo verso la piazza, si giunge alla sede attuale, provvisoria, del comune, un non bell'edificio che ricalca le forme della cortina che ci ha accolti. Cerchiamo la Pinacoteca altrove e scopriamo che è stata trasferita in questo edificio. Busso ad una porta ed una gentile impiegata del Comune mi dice che purtroppo il Crivelli è fuori, in restauro, ma chiama un giovane volontario che ci apre il locale della Pinacoteca. Dovrebbe contenere, oltre al Polittico, un Durante Nobili ed un Vincenzo Pagani, tra l'altro, oltre che delle suppellettili ecclesiastiche provenienti dall'antico convento di San Francesco e due lacerti di affreschi del XII e XIII secolo. Manca anche il Pagani, ahimè, per cui ci dobbiamo accontentare del Durante Nobili, eccolo qui:






Il color carta da zucchero del cielo e dei panni del committente mi piace tantissimo. 
È la Disputa sull'Immacolata Concezione. Abbiamo un Durante Nobili anche a Monteprandone, si riconosce lo stile, anche lì accompagnato da Vincenzo Pagani. Durante era di Caldarola come i De Magistris (Simone de Magistris è un altro dei miei preferiti, col suo stile spigoloso quasi "cubista" -- esagero volutamente, dai...).

Facciamo seguire una simpatica chiacchierata con questo bravo e simpatico giovane che ci dice tante cose interessanti e che Carlo Crivelli dovrebbe tornare per il giugno 2027. E va bene, Crivelli, torneremo a casa tua tra un po'. Salutiamo il giovane gentilissimo e decidiamo per rifarci di attraversare un paio di valli e di fiumi alla ricerca dell'altro Crivelli della zona, sempre Carlo, ma a Montefiore dell'Aso, bel paesino ordinato e pulito che ha mantenuto ancor più chiaramente quell'armonia e quei colori che abbiamo intravisto a Massa Fermana. Di quei colori e di quell'armonia non posso mai fare a meno. Non riuscirei a vivere lontano da questi colli e dal mio mare.

Cavalchiamo con lenta sollecitudine, incrociando trattori, carri, camion, gente al lavoro, con un ritmo lento ma costante, facciamo una brevissima sosta per prendere da bere ed arriviamo a Montefiore domandando dove fosse il Polo Museale di San Francesco. Ancora tracce di San Francesco d'Assisi (a Massa Fermana si parlava anche della presenza dello stesso Poverello d'Assisi, Massa è citata nei Fioretti...). Arriviamo e il Polo dovrebbe giusto chiudere (per me un classico), ma "piango" e "vocio" ed una gentile signora ci consente una visita a volo d'angelo di cui approfittiamo senza replicare ("seconda porta a destra, poi sopra a destra..." una serie di indicazioni con cui mi perdo in un secondo, meno male l'altro Marco...), facendo le scale a quattro a quattro, e lì ci aspetta l'altro bellissimo Polittico crivellesco:




Che colori, che vita, che intensità, che oro.
San Pietro sembra pronto ad uscire per dirci che siamo dei ritardatari ma che gradisce ugualmente la nostra visita, con uno sguardo un po' burbero ma buono. Rimaniamo incantati, io dalla ricchezza, dalla elegante scarpetta rossa di Santa Caterina d'Alessandria, dallo sguardo ammaliante della Maddalena, dai suoi capelli curati, dalla forza di San Pietro e dei suoi attributi iconografici classici: le chiavi, i capelli, la barba folta e densa, il portamento ieratico ma familiare al tempo stesso, il berretto del santo francescano (Giovanni Duns Scoto), da tutto quest'oro... L'oro vale perché luccica, dice il mio Chesterton, e non perché è raro: ci sono migliaia di fanghiglie più rare dell'oro, precisa, e nessuno le cerca... Vero.

Ripartiamo passando per la Val Menocchia ove troviamo un distributore con alimentari che sembra uscito da un film surreale e bellissimo, e poi puntiamo verso la Ripa, la nostra Ripatransone, incrociando la Chiesa del Carmine non lontana dal Trivio, ove si trova un affresco di Simone De Magistris, e poi voliamo a casa.

Una bella mattinata, mi piacerebbe portarci tanti altri amici. Ci ripromettiamo di cercare altri Crivelli (una domenica pomeriggio d'autunno di diversi anni fa ebbi la ventura di vedere tutto il crivellesco possibile e un Girolamo di Giovanni a Monte San Martino a distanza ravvicinata: la chiesa in restauro previde lo spostamento delle tre pale presenti in chiesa e potei vederle ben da vicino, ma che bello...).

Questa è la Marca, trovi tesori dove non penseresti manco di fermarti, abituato come sei a questi colori. Mai abituarsi, frustare la propria anima purché non si addormenti, sempre Chesterton consiglia.

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Aggiornamento del 30 agosto 2026 - il mio amico, a commento di quanto potete leggere, ha detto, leopardianamente: sedendo e mirando...

domenica 26 luglio 2026

Frammenti della mia filosofia - 89 - Chesterton, Non c'è uomo intelligente che non abbia scoperto di essere stupido.



La dottrina dell'uguaglianza umana si basa su questo: che non c'è uomo veramente intelligente che non abbia scoperto di essere stupido. Non c'è uomo grande che non si sia sentito piccolo. Alcuni uomini non si sentono mai piccoli; ma questi sono i pochi uomini che lo sono.

Gilbert Keith Chesterton, A Miscellany of Men.



venerdì 17 luglio 2026

«Toglimi tutto, ma dammi le anime» così Federica e Marco hanno cresciuto 5 figli e costruito una scuola libera | Annalisa Teggi su Aleteia.

Ripropongo questa intervista a mia moglie e a me della nostra cara Annalisa Teggi. Non vorrei scomparisse dal web (il sito italiano di Aleteia è fermo, non pubblica più, e allora ho pensato bene di metterlo qui, con il permesso di Annalisa), non tanto per le mie cavolate quanto per le cose belle dette da Federica. Magari potrebbe essere di aiuto a qualcuno. In fondo si parla di cose normali che tutti possono fare, seguendo la grazia di Dio.

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 Annalisa Teggi - pubblicato il 25/05/18

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Chesterton, Don Bosco, il Beato Piergiorgio Frassati hanno ispirato questa famiglia di San Benedetto del Tronto a fare cose grandi con gioia, con fatica, nel quotidiano

CConosco Federica e Marco da dieci anni. Anche se non abitiamo vicini la loro famiglia ha accompagnato la mia, portando la gioia di Chesterton, la passione educativa di Don Bosco e l’entusiasmo per l’assoluto di Frassati. Quest’intervista è stata inevitabilmente a due voci, come lo è il matrimonio. Hanno cinque figli meravigliosi, sulla loro grande auto familiare c’è un adesivo su cui si legge «rompi le convezioni, rispetta i comandamenti» e con questa sana follia, che osa l’impossibile rimanendo fedele a Dio, hanno messo in piedi un’opera stupefacente: la scuola libera G. K. Chesterton, dove l’educazione è bellezza perché amore alla Verità.

Cara Federica, ho voluto incontrarti perché i lettori di Aleteia conoscessero la storia avventurosa del tuo matrimonio con Marco. Partiamo da questo e poi diremo tutto quello che ne è seguito. Come inizia la vostra storia?

FEDERICA: Mio marito si ricorda di un nostro primo incontro alla scuola media, nell’aula di musica. Da quel momento in poi ci sono state occasioni per conoscerci in parrocchia ed è nata una simpatia che è andata rafforzandosi. I nostri amici mi hanno sempre definita «turris eburnea», insomma lui ci ha messo un bel po’ per conquistarmi.
MARCO: Il buon Chesterton diceva che il matrimonio è un duello all’ultimo sangue che nessun uomo d’onore dovrebbe declinare. Io l’ho preso in parola e mi sono impegnato in un assedio testardo. Anche da fidanzati il duello è continuato, però è stato un match regolare. Per arrivare al matrimonio ho fatto una sudata, poi grazie al Sacramento è nato qualcosa di stupefacente.

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FEDERICA: Entrambi abbiamo due personalità spiccate, durante il fidanzamento abbiamo scavato a fondo su questioni urgenti, solo dopo abbiamo capito che stavamo gettando le basi per ciò che sarebbe venuto. Fu decisivo per noi anche decidere dove vivere da sposati. Io avevo cominciato a lavorare e mi ero trasferita a Salò ad insegnare in una scuola professionale per meccanici e motoristi: vivevo un’esperienza educativa appassionante che non volevo lasciare. Marco era rimasto a San Benedetto del Tronto e abbiamo vissuto lontani 5 anni su 8 di fidanzamento. Ricordo che, ad un certo punto, recitammo una novena a Don Bosco e poco dopo ricevemmo delle proposte che ci resero chiaro che dovevamo stare a San Benedetto.

Cosa è nato di stupefacente, citando tuo marito, dopo il matrimonio?

Mi ricordo di un’ultima passeggiata in spiaggia prima di sposarci in cui io misi le mani avanti: «Però io i figli non li voglio fare, perché ho paura di partorire!». All’inizio, la nostra vita familiare è stata molto precaria: Marco doveva fare l’esame da avvocato e io ero supplente; in due guadagnavamo 500 mila lire al mese, neppure fisse. È stato un rodaggio vero. Nonostante ciò, mi venne il desiderio di essere madre. Il primo figlio lo abbiamo perso al terzo mese di gravidanza ed è stato un colpo durissimo; ho passato mesi di dolore, piangendo quando vedevo i pancioni in giro.

Sono rimasta incinta nuovamente e vengo ricoverata per delle minacce d’aborto: non avevo paura, era terrore. La gravidanza per fortuna procede, ho avuto nausee fortissime per tutto il periodo ma mi hanno portato a conoscere Piergiorgio che è nato ed è stato chiamato così perché avevamo pregato tantissimo il Beato Frassati. Da quel momento il desiderio di avere figli è stato come un fiume in piena, l’anno dopo è arrivata Francesca e due anni dopo Giulia. Dopo di loro ho avuto altri tre aborti spontanei poi sono arrivate Maria Chiara e Anna Maria.
Sono felicissima dei figli che ho; quando mi dicono: «Perché tutti questi figli?», io rispondo che li ho ardentemente voluti tutti e ringrazio Dio tutti i giorni, anche più volte al giorno e nonostante la fatica.

Parliamo un po’ di questa fatica?

FEDERICA: I primi tre figli sono nati molto vicini e ci hanno richiesto un impegno grandissimo. Mi sono resa conto che, affinché il nostro matrimonio stesse in piedi, i figli non dovevano assorbire tutto di noi; era necessario uno spazio nostro, anche solo uno sguardo tra marito e moglie. È stato difficilissimo: figli che non dormono la notte, il lavoro durante il giorno, un ritmo di vita che ti può uccidere. Bisogna custodire il rapporto col proprio compagno; ricordo che noi chiedevamo agli amici di tenerci i figli, anche solo per fare il giro dell’isolato in cinque minuti e scambiarci due parole.

MARCO: Anche adesso, quando raccontiamo ai figli ormai grandi, di quei momenti in cui eravamo presi da malattie frequenti e notti insonni, non mi viene mai da pensare che quel tempo fosse tempo sottratto alla vita. Oggi le coppie fanno fatica perché spesso sono sole, non hanno amicizie solide che li accompagnino nella condivisone del senso della vita.
FEDERICA: Un’altra cosa da dire è che noi li abbiamo sempre coinvolti nelle attività che facevamo, non ci toglievamo la possibilità di fare cose solo perché avevamo dei bimbi piccoli. Eravamo impegnati in un dopo scuola che nel frattempo avevamo creato e nella Compagnia dei Tipi Loschi, nata anche questa nello stesso periodo: loro sono abituati a partecipare.
MARCO: Sono parte della nostra vita fin dall’inizio.

Gli amici e la famiglia vanno dunque di pari passo, cosa mi racconti della nascita della Compagnia dei Tipi Loschi e poi dell’idea di mettere in piedi una scuola libera?

La Compagnia è nata 25 anni fa e noi non avevamo mai pensato di fondare nulla. Voglio sottolineare che il fondatore è mio marito: lui è quello che ha le idee geniali, io sono più attiva nella parte pratica. Per ridere siamo soliti dire che, come i carabinieri, noi dobbiamo girare in coppia.
È stato il vescovo in carica in quel periodo a convocare personalmente me e Marco e a dirci che avevamo un carisma coi giovani da coltivare. Ci destinò un posto che era in decadenza, ma bellissimo.

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Così, insieme ai ragazzi che hanno voluto seguirci, e che conoscevamo dalla nostra precedente esperienza scout, tutto è cominciato: abbiamo fondato la Compagnia dei Tipi Loschi sulle orme di Pier Giorgio Frassatiperché questo ragazzo giovane aveva un gruppo di amici che chiamava così. Abbiamo come patrono Don Bosco e il coraggiosissimo Francesco Saverio, siamo ben corazzati.
Da questa condivisione coi giovani è scaturita l’idea di fare un doposcuola, per gli studenti in difficoltà, e visto che nel tempo l’iniziativa ha preso piede, abbiamo fondato l’associazione Capitani Coraggiosi, di cui fa parte anche una società sportiva che, copiando Don Camillo, abbiamo chiamato Gagliarda.

Eravate così poco impegnati che avete avuto anche la bella idea di mettere su una scuola, giusto?

FEDERICA: Tutto è cominciato quando Pier Giorgio doveva fare le medie e non sapevamo dove mandarlo. Avevamo chiesto alle suore che gestivano una scuola elementare di fare anche le medie; nonostante le nostre pesanti insistenze, loro non avevano forze sufficienti per il progetto. Mio marito allora se ne uscì: «Se non la fanno loro, la facciamo noi».
Io ero incinta della quinta, pensavo fosse una sua pazzia momentanea e non gli ho dato ascolto. Anna Maria è nata il 29 aprile e verso il 15 maggio Marco ha ricominciato a insistere sull’idea della scuola. Quindi io mi sono messa all’opera, cercando insegnanti disponibili; abbiamo ricevuto solo NO.

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Ma perché fare una scuola libera?

MARCO: La scuola serve per educare e non per socializzare. L’educazione è trasmettere la Verità – diceva Chesterton – quindi lo scopo non è trasmettere dei pareri sulla vita, ma la Verità. Si può non essere d’accordo, ma questa è la nostra idea. Diversamente, non cresci degli uomini, ma degli schiavi.
FEDERICA: All’ingresso della scuola, che – dobbiamo dirlo – alla fine è nata, abbiamo messo la frase di Benedetto XVI:

«Sarebbe dunque una ben povera educazione quella che si limitasse a dare delle nozioni e delle informazioni, ma lasciasse da parte la grande domanda riguardo alla verità, soprattutto a quella verità che può essere di guida nella vita».

Per riprendere il racconto, dopo quella caterva di NO è arrivato il SÌ di un ragazzo neolaureato in Lettere che accettava di insegnare da noi. Quando Marco me lo ha riferito, ho capito che non si tornava indietro e ho esclamato: «Oddio!».

Nel tempo io ho imparato a fidarmi delle intuizioni di mio marito, ha una chiarezza ideale che non tutti hanno. Quando eravamo fidanzati discutevo sempre con lui, poi ho visto di cosa è stato capace e ho imparato a seguirlo.
MARCO: Però continuiamo a duellare …
FEDERICA: Contro ogni ragionevolezza, siamo partiti con la scuola: paradossalmente l’annuncio dell’apertura lo abbiamo dato a fine agosto, quando tutti avevano già iscritto i figli e avevano già comprato i libri. A settembre l’unico iscritto era solo il nostro Pier Giorgio. Nessuno aveva mai sentito parlare di scuola parentale, noi ci abbiamo provato con l’idea che affinché una barca navighi deve avere un capitano e un equipaggio che vadano nella stessa direzione. Nella scuola statale è raro che accada.
MARCO: Manca la rotta, cioè un posto dove andare!

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FEDERICA: Perciò la scuola è stata dedicata fin da subito a Chesterton, ispirata al suo aforisma «una cosa morta va con la corrente, solo una cosa viva può andare controcorrente». Non dobbiamo accettare tutto passivamente, è possibile fare qualcosa di diverso. Ci ha aiutato anche Franco Nembrini che aveva fatto un’opera simile.
MARCO: In una telefonata mi disse: «Tu sei pazzo!», gli ho risposto: «Sì, ma non l’hai fatto anche tu?» e lui: «Tu sei pazzo, allora lo farai».
FEDERICA: La scuola è partita con 4 alunni, abbiamo fatto tutto noi, dalla scelta dei libri, al recupero dei fondi, alla discussione sui programmi.

Ne è valsa la pena?

MARCO: Assolutamente sì, bisogna essere un po’ matti. Non lo diceva Steve Jobs: «Stay foolish»? Non ci piace quest’idea? Perché non per perseguirla per l’educazione dei nostri figli? Io non lascerò molti beni materiali ai nostri figli, ma lascerò loro un’educazione.
FEDERICA: Ora il nostro figlio maggiore, Pier Giorgio, pur frequentando Giurisprudenza, vuole fare l’insegnante alla scuola Chesterton. Questo è segno di gratitudine per noi. Abbiamo avuto a cuore la crescita culturale, umana e spirituale; per lo sviluppo armonico della persona devono esserci tutti e tre questi aspetti. Facendo un bilancio: la scuola esiste ormai da 10 anni, ci sono 70 iscritti e ora abbiamo le medie, il liceo delle scienze umane, l’IPIA elettronico, la scuola per estetiste e da quest’anno è partito l’istituto alberghiero.
Un motto di Don Bosco mi colpì quando avevo 20 anni: «Toglimi tutto ma dammi le anime», è rimasto a risuonare nel mio cuore da allora. Il Signore mi ha portato per mano e, anche quando non capivo, lui andava avanti a costruire la mia storia. Ora, da adulta, lo ringrazio perché, nonostante me, Lui ha fatto tutto.

#heavensdoor