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domenica 30 luglio 2023

Una lettera di un parroco sambenedettese di più di cento anni fa sull’emigrazione.

Sfogliando nuovamente il volume Il movimento cattolico a San Benedetto del Tronto Ripatransone e Montalto Marche tra Ottocento e Novecento del compianto e caro mons. Giuseppe Chiaretti, nostro vescovo fino al 1996, trovo qualcosa di grande interesse e attualità.

Spicca nell'opera la figura di mons. Francesco Sciocchetti di cui vi ho già parlato in questo medesimo blog. Qui è mons. Sciocchetti a descrivere il fenomeno dell'emigrazione nel suo territorio al suo vescovo. Ci sono delle considerazioni che calzano oggi come ieri e che la mia esperienza mi dice siano vere. Purtroppo la gente è confusa perché non ha vere guide, i cristiani lo sono altrettanto e si cerca errando di stare allineati alla cultura dominante, che è antiumana. Mi riferisco esplicitamente in quest’ultimo caso ai cattolici.
Oggi purtroppo si fa a gara per dimostrarsi favorevoli all’Agenda 2030, all’idea dominante per cui l’immigrazione sia un fenomeno felice ed ineluttabile (quando invece non lo è: perché non pensare ad aiutare lo sviluppo in un certo posto? Le masse sono comode quando sono governabili, cioè non radicate, non libere, dipendenti da un lavoro e dalle mode…), alla concezione del continuo sradicamento come dimensione normale dell’uomo, quando invece sappiamo bene che non è così, che non si è mai cittadini del mondo ma che si ama un determinato posto, come diceva il mio Chesterton.

Ammiro la grandezza e magnanimità del parroco, lo sguardo lucido e l'impegno senza posa, lo zelo apostolico. Così tutti dobbiamo essere se vogliamo andare in paradiso e non all'inferno.

___________

Parrocchia di Santa Maria della Marina
San Benedetto del Tronto

15 Marzo 1914

Eccellenza Rev. ma
Mi perdoni se le molteplici occupazioni mi hanno impedito di rispondere prima alla lettera circolare dell'E.V. riguardante l'emigrazione.
Purtroppo per me l'emigrazione è una vera disgrazia sotto l'aspetto religioso e morale. Una buona metà degli emigrati ritorna.
Procurerò di dare una statistica dell'ultimo quinquennio:
Anno 1909: Emigrati N. 255 - Della Parrocchia N. 209, dei quali
88 all'estero, 12 in Italia. Famiglie intere N. 6.
Anno 1910: Emigrati N. 252 - Della Parrocchia 177, dei quali
83 all'estero, 94 all'interno. Famiglie intere N. 4.
Anno 1911: Emigrati N. 194 - Della Parrocchia 165, dei quali
52 all'estero, 113 all'interno. Famiglie intere N. 5.
Anno 1912: Emigrati N. 443 - Della Parrocchia 293, dei quali
197 all'estero, 96 all'interno. Famiglie intere N. 9.
Anno 1913: Emigrati N. 553 - Della Parrocchia 386, dei quali
226 all'estero, 160 all'interno. Famiglie intere N. 8.

2. Gli emigrati si dirigono principalmente nell'America del Nord; a Chicago-Heights - S. Francisco - Colsville - Alaska. A Chicago Heights vi è un grande nucleo dei nostri emigrati colle mogli e figlie, cola si dirigono le nostre ragazze in numero rilevante a prendere marito e la vita religiosa vi e poco praticata per l'opera demolitrice d'alcuni dei più facinorosi settari che ivi si sono recati. Da un sacerdote della diocesi di Avellino, di nome Benzallo, si è costruita una Chiesa per gli italiani, ma per quanto mi costa non è molto frequenta-la dai nostri emigrati. Molti si recano a Buenos Aires, Rosario ed in altre città dell'Argentina. Non pochi si recano anche in Australia.

3. In via ordinaria trattasi d'emigrazione temporanea, ma in buon numero si sono formate famiglie che difficilmente torneranno più in patria.

4. Come può rilevarsi dalla statistica non partono molte famiglie intere, essendo la maggioranza degli emigrati composta d'uomini. Fanciulle isolatamente partono chiamate dai parenti, i quali hanno ad esse trovato un marito in America. A gruppi le fanciulle non partono.

5. La causa dell'emigrazione è quasi sempro la mania d'arricchire, non mancando il lavoro nel nostro paese tanto per i pescatori che per gli agricoltori.

6. Vi sono agenti di emigrazione, i quali sono guidati dal solo interesse e non si preoccupano punto né pro né contro dell'assistenza religiosa degli emigranti. in maggioranza gli emigrati ricevono il passaggio pagato dai parenti ed amici d'America.

7. Quasi tutti gli emigrati prima di partire vengono in Chiesa per accostarsi ai sacramenti e per salutare il Parroco e non si è certo avari di buoni consigli e si regalano loro e si mandano ai parenti immagini sacre, medaglie, libretti di devozione e si spediscono in buon numero copie del giornaletto L'operaio. Si mantiene per quanto è possibile relazione con molti e si mandano spesso i saluti e raccomandazioni che si mantengano fermi nella fede.

8. Ritornati in parrocchia non sono più, in maggior parte, quelli di prima ed è necessario qualche tempo prima che ritornino alle pratiche religiose. Non rinnegano la fede, ma tornano indifferenti specialmente i giovani. A New York e Chicago intenso è il lavoro delle sette protestanti, ma per quanto mi consta nessuno ha rinnegato la fede cattolica.
Al ritorno ho dovuto battezzare alcuni bambini ed unire vari in matrimonio. Nell'interno l'emigrazione è tutta di pescatori per le spiaggie del Mediterraneo, Spezia, Viareggio, Marina di Pisa, dove la vita e meno faticosa e più rimunerativo il lavoro per l'esistenza di porti e di canali per l'ancoraggio delle barche da pesca.
Sono centinaia di pescatori che tornano soltanto per qualche mese dell'inverno e poi vanno a riprendere la pesca dove si sono costituite molte famiglie. L'assistenza religiosa l'hanno dai parroci locali.

9. Riguardo a consigli è difficile darli perché l'unico scopo che guida gli emigrati è il guadagno e disgraziatamente tutto si sacrifica per ottenere questo scopo.

È bene parlare in Chiesa dei pericoli ai quali si trovano esposti emigrando specialmente nel America del Nord, dove non ci sono Chiesa e sacerdoti cattolici come nell'America del Sud. Il pericolo maggiore è per le donne perché, sovraccariche di lavoro non possono Intendere ai doveri religiosi, e, trovandosi in centri dove la corruzione a grande, perdono il sentimento del pudore e dell'onestà, che ancora Conservano nei nostri paesi. Prima che partono, oltre le prediche in Chiesa, è utile parlare agli emigrati come un padre che si preoccupa seriamente del loro avvenire, non solo, economico ma morale e religioso. 
Durante il viaggio poco o nulla può farsi perché la scelta dei piroscafi, dove è il sacerdote cattolico a bordo, non dipende da loro.
Nel luogo di emigrazione tutto dipende da un buon sacerdote o missionario che ivi si trova.
Sarebbe indispensabile che in ogni città o centro d'emigrazione ed anche in ogni Parrocchia ci fosse un ufficio d'emigrazione che si trovasse in relazione con un ufficio centrale e si potesse con una seria organizzazione dirigere e dare un aiuto efficace agli emigrati nei luoghi di sbarco.
Fino ad ora l'opera dei Parroci è isolata e quindi poco fruttifera: credo che se ad un'opera organizzata dei Parroci d'Italia corrispondessero le autorità religiose d'America, le condizioni morali e religiose dei nostri emigrati non sarebbero così disastrose come si deplorano.

Bacio il S. Anello e mi professo dev. mo servitore.

Francesco Sciocchetti Parroco

venerdì 4 maggio 2018

Meghan e Harry invitano 1.200 cittadini comuni alle nozze: "Ma portatevi il pranzo al sacco" - Repubblica.it - Noi marchigiani siamo più signori! Qui da noi lo scartozzo te lo lasciano prendere gli sposi!

Meghan e Harry invitano 1.200 cittadini comuni alle nozze: "Ma portatevi il pranzo al sacco" - Repubblica.it
Notiziona.

Noi italiani ma soprattutto noi marchigiani e, non plus ultra, noi sambenedettesi siamo decisamente più signori…

Qui da noi nelle Marche, ma l'ho visto fare in special modo a San Benedetto del Tronto, c'è l'usanza che quando vai al matrimonio ti devi riportare a casa qualcosa di mangereccio dalla mensa nuziale: le olive fritte, i cremini, un dolcetto particolarmente interessante…

Ho visto delle distinte signore asportare elegantemente dentro sacchetti portati all'uopo da casa le sopra notate vivande con nonchalance, facendole cadere distrattamente nell'apposito contenitore. È un modo di onorare la mensa, di far capire che abbiamo gradito. Tanto sennò va sprecato.

Tutto ciò va sotto il nome di scartuzzë, che negli insuperabili ristoranti del popolo (pay less, eat more, all'inglese) hanno istituzionalizzato con le tegliette di alluminio di default, con l'arrosto e il fritto all'ascolana che domenica non sei riuscito ad ingallozzare. Te lo incartano e te lo riporti, e te lo magni a casa. D'altronde da un punto di vista sinallagmatico funziona: lu sci pa'ato? Allora è lu ttuo e te lu magnë tó (ma in sambenedettese puro suona: allòrë jè lu ttónë e të lu magnë tó).

Ed ora qui che mi tocca sentire?

Il matrimonio del secolo, ma che dico? del decennio, ma che dico? dell'anno, ma che dico del mese, ridursi così biecamente al "raccico"... e dai, essù!

A saperlo, quando sono stato a Londra mi sarei fermato dai ragazzi e  avrei loro spiegato come si fa ad essere veramente più signori...

Mamma avrebbe detto: "non sta bene"...

Meghan e Harry invitano 1.200 cittadini comuni alle nozze: "Ma portatevi il pranzo al sacco"

LONDRA - Per precisa e democratica volontà degli sposi, il popolo è stato invitato al "royal wedding" di Harry e Meghan del 19 maggio al castello di Windsor. Ma il popolo dovrà portarsi da mangiare da casa, perché palazzo reale non ha predisposto un rinfresco. O meglio, ci sarà un banchetto per 600 Vip, dopo che saranno usciti dalla cappella di San Giorgio, dove verrà celebrato il matrimonio. Ma i 1200 membri "della comunità nazionale", fra cui scolaresche, attivisti del volontariato e cittadini esemplari, che hanno ricevuto un cartoncino d'invito per l'evento, sono stati incoraggiati a "portarsi un pic-nic per il lunch, perché non sarà possibile comprare cibo e bevande sul posto".

Gb, Harry e Meghan mania: febbre dei gadget a un mese dalle nozze

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Si chiama Emma Bridgewater Factory la fabbrica dove vengono decorate a mano le tazze artigianali per celebrare il matrimonio più atteso dell'anno, quello tra Meghan Markle e Harry, che si svolgerà il prossimo 19 maggio al Castello di Windsor. L'azienda si occupa della produzione di tutti gli articoli commemorativi della famiglia reale, dal Giubileo di diamante della regina Elisabetta, alla nascita del piccolo George e Charlotte. A un mese esatto dal giorno del 'Sì' la macchina dei gadget, che nel Regno Unito muove milioni di sterline, è sempre più attiva: agende, spille, segnalibri, portachiavi con i volti o i nomi della coppia, sono in vendita praticamente ovunque.
Il posto in questione è l'ingresso della cappella, all'interno del maniero, dove i 1200 comuni mortali dovranno restare in attesa – calcola il Guardian – 4 ore e mezza. Invitarli è stato sicuramente un gesto di generosità da parte di Harry e Meghan, ma bisogna dire che faranno anche comodo alle immagini della cerimonia trasmesse in diretta dalla Bbc: sarebbe stato brutto vedere uscire gli sposi dalla chiesetta e incontrare un piazzale del castello deserto. I maligni insinuerebbero che il popolo è stato invitato perché servivano delle comparse da mettere sullo sfondo, prima della parata in carrozza per le vie di Windsor dove ci saranno almeno 100 mila fans della monarchia, oltre a un esercito di giornalisti da mezzo mondo (dentro la cappella sono stati ammessi, a parte le telecamere della Bbc, solo un reporter e quattro fotografi): ma quelli non avranno bisogno di invito. "Incomprensibile", è la reazione di uno degli invitati del popolo alla scoperta che dovrà provvedere al pasto da sé. "Bè, ho controllato su Google, c'è un McDonald vicino al castello", aggiunge, "magari comprerò qualcosa lì".

Gb, come in una favola: la carrozza scelta da Harry e Meghan per il matrimonio

Al corrispondente di Repubblica, che una volta fu invitato a cena dalla regina a Buckingham Palace in occasione della visita a Londra del presidente della repubblica italiano, sovviene che il cartoncino d'invito conteneva una casella per far sapere alla casa reale se l'autista rimasto ad attendere nel piazzale avrebbe voluto "un pasto freddo". Nel paese che ha inventato il sandwich, Harry e Meghan avrebbero potuto farne trovare uno anche al popolo invitato alle loro nozze.


Inviato da iPad

giovedì 13 novembre 2008

ELUANA ENGLARO - SIGNORI GIUDICI, PENSATECI! AVREMO LA PRIMA CONDANNA A MORTE REPUBBLICANA?

Il bellissimo editoriale di ieri di Avvenire firmato da Davide Rondoni.

Ai Signori Giudici chiediamo solo una cosa: non dateci una condanna a morte. La prima condanna a morte dell’Italia repubblicana. Un genere di condanna che l’Italia ripudia – vantandosene dinanzi al mondo – e che mai nessun motivo di rivalsa, di odio, di giustizialismo ha in trodotto sarà invece inaugurata in nome di una malintesa idea di pietà? È quasi sempre in nome del bene che gli uomini compiono qualcosa di oscuramente cattivo. Se la Corte darà il via libera alla volontà del padre di staccare l’alimentazione per Eluana e se egli troverà qualche centro medico disposto a farlo, avrà luogo l’esecuzione e l’inizio della pubblica estenuante agonia.
Ai Signori della Corte chiediamo di considerare tutto questo: a una ragazza inerme, che non può né esprimere né difendere le sue reali, attuali volontà, si cesserà di dare alimento. A una ragazza, avvolta sì in un silenzio misterioso, ma non arida dentro, tanto da affrontare un’estenuante emorragia come le è capitato alcune settimane fa, si vorrebbe ora dare quella morte da cui ella con le sue sole forze si è invece tirata fuori. E questo perché qualcuno - a differenza di altri - non sop porta più questa dura, triste condizione. Il padre in coscienza ha voluto combattere questa strana battaglia perché sua figlia muoia. Non ce la faceva più. È comprensibile. Meno comprensibile l’accanirsi non perché le cure e la pazienza di altri sopportino la pena e le premure, bensì per la sua morte. Per toglierla di torno. Anche se non dà nessun fastidio, e già ci sono le voci di chi, come le suore che l’accudiscono, dice: la teniamo noi. Il problema, ora che i magistrati hanno scelto di occuparsi di questa faccenda, non è più, per così dire una drammatica faccenda privata tra il signor Englaro e sua figlia. È una faccenda di diritto. E il diritto italiano non contempla la condanna a morte. Per nessuno. Neppure per chi compie la strage o lo stupro più efferato. Vo gliamo cominciare da una ragazza?
Il dilemma ora è: uno può chiedere e ottenere che un altro muoia? A meno che non si consideri Eluana già morta. Pensate a lei così, Signori della Corte? La medicina, secondo i protocolli internazionali, non classifica Eluana tra i morti. E nemmeno tra coloro che sono tenuti in vita con inutile accanimento. Voi la condannerete a morte? O la considererete come già morta? E siete certi che la sue condizioni siano davvero 'irreversibili', come lo stesso Pg della Cassazione ieri è sembrato chiedervi?
Bisognerà dunque avvisare tutti coloro che hanno parenti e amici in condizioni simili, e non sono pochi. Dire a loro: la Suprema Corte li considera già morti, o condannabili. Il nostro è un appello senza potere e senza alcun velo politico. Abbiamo solo voglia che in Italia non si condanni a morte alcuno. Tanto meno una ragazza inerme. Nel tenerla in vita, secondo le condizioni che il destino ha misteriosamente riservato a lei, non si fa torto a nessuno. Nemmeno a lei, poiché nessuno può comunque arrogarsi il diritto di interpretare ora la volontà di Eluana. Le persone cambiano. La vita, lo sappiamo, ci modella, a volte radicalmente. Ma se si dà il via libera alla esecuzione allora si stabilisce che in Italia, a determinate condizioni, c’è la pena di morte. E che tali condizioni non sono d’esser assassini o stupratori, o terroristi. Ma la condizione è d’esser inerme, 'inutile', insopportabile, e nelle mani degli altri. Io non credo che i Signori della Corte siano favorevoli alla pena di morte. Non lo voglio credere. Magari lasciassero sospesa la vicenda, incalzando piuttosto il Parlamento a fare leggi chiare, a cui tutti attenersi e non variabili da giudice a giudice, da medico a medico. Non si sta 'solamente' discutendo di una ragazza, a cui certo tutti auguriamo un corso sereno del suo oscuro destino, ma di un caso le cui conseguenze varranno per tutti. Il suo povero corpo, la sua persona, che sem brano valere più niente, secondo la visione di chi la vede già come morta, potrebbero essere inve ce quelli di un’incredibile eroina. L’ultima muta barriera, la estrema insurrezione contro una strana volontà di introdurre nella nostra già feritissima Italia l’uso della condanna a morte.