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lunedì 28 settembre 2026

Canzone degli occhi e del cuore di Claudio Chieffo, in due versioni, proprio oggi.

Cari Amici,

oggi ricorrono cinque anni da quando la mia cara moglie ha lasciato questa vita per l'Altra, per la nostra Vera Patria, allora vi propongo, oltre che di pregare per il suffragio della sua anima, anche questa canzone del mio amico Claudio Chieffo che Federica amava molto. Mai capito il perché, però di se stessa diceva sempre: "un cuore piccolo e meschino come un paese inospitale"...

Ripeto: non l'ho mai capito, e gliel'ho detto tremila volte!!! Adesso continuo a chiederle il perché, ma ironicamente. Le ho sempre detto: ma non è vero! ma che dici? Io non ho incontrato persona più magnanima di lei su questa terra, ma lei insisteva... O forse è meglio dire che è vero: siamo tutti un po' piccoli e meschini fintanto che non incontriamo Gesù, bene, fino in fondo, fino a che non decidiamo di andarGli dietro per sempre senza mai voltarci indietro (ma perché mai voltarsi? mah, l'unico motivo buono sarebbe quello di andare indietro e convincere tutti ad andare dietro a Gesù... e Federica questo lo faceva praticamente sempre).

Va bene, la metto solo e proprio per questo stridente contrasto. 

La metto anche perché mi piace molto, la musica è bella e pure le parole lo sono. C'è la musica e pure il testo, cantatela pure voi. Io ho imparato che le cose a forza di ripeterle le capiamo...

La metto pure perché Federica volle che fosse cantata alla fine della messa del nostro matrimonio, il 17 settembre 1994. Penso che lo abbia fatto per gratitudine, ed è una cosa tanto bella (il nostro Chesterton dice che alla base della felicità c'è la riconoscenza, e rileggendo vecchie nostre carte ho scorto tanta riconoscenza che mi commuove).

Siccome questo matrimonio non è mai finito e mai finirà (dite quello che vi pare, ho le prove e ve le porterò...), qui continuo io a cantare questa canzone (con qualche stonatura ma va bene lo stesso): lei ha visto tutto, e sicuro ha bello che capito che, semmai lo avesse avuto questo famoso cuore piccolo e meschino (cosa della quale seguito testardamente a dubitare), prima o poi tutto si compie se già non s'è compiuto... È questa la Grande Speranza. che desidero raggiunga tutti.

L'altra Grande Speranza che voglio strillare è che si può vivere su questa terra un amore bello e puro, come un mattino di sole dopo la pioggia e come il cielo della mia città che ha lo stesso colore degli occhi di Federica. Solo una cosa del genere è per noi. 

Propongo due versioni: quella cantata da Gioele Dix, coinvolto nel bel disco Chieffo - Charity Tribute messo insieme da Benedetto Chieffo (di cui sono amico) e cantato o suonato da artisti bravi, e quella classica di Claudio cantata da lui. A me piacciono entrambe.

Tutto questo per dare speranza e per dire che non c'è cuore piccolo e meschino che non ceda davanti a Gesù, basta che si apra di un tanto così, e poi questo cuore fa cose che non ti puoi immaginare, e io di queste cose che non t'immagini sono felice e grato testimone.

La mia sempre giovane moglie, dolce come il mattino.






Canzone degli occhi e del cuore

Parole e musica di Claudio Chieffo 
marzo 1980 
a Pigi Bernareggi


Anche se un giorno, amico mio, dimenticassi le parole, 
dimenticassi il posto e l'ora o s'era notte o c'era il sole, 
non potrò mai dimenticare cosa dicevano i tuoi occhi. 

E così volando volando anche un piccolo cuore se ne andava, 
attraversando il cielo verso il Grande Cuore, 
un cuore piccolo e meschino come un paese inospitale 
volava dritto in alto verso il suo destino... 
E non riuscirono a fermarlo neanche i bilanci della vita, 
quegli inventari fatti sempre senza amore. 

Così parlavo in fretta io per non lasciare indietro niente, 
per non lasciare indietro il male e i meccanismi della mente 
e mi dicevano i tuoi occhi ch'ero già stato perdonato... 

E così volando volando anche un piccolo cuore se ne andava, 
attraversando il cielo verso il Grande Cuore, 
un cuore piccolo e meschino come un paese inospitale 
volava dritto in alto verso il suo destino... 
E non riuscirono a fermarlo neanche i bilanci della vita, 
quegli inventari fatti sempre senza amore. 

E adesso torna da chi sai, da chi divide con te tutto, 
abbraccia forte i figli tuoi e non nascondere il tuo volto, 
perché dagli occhi si capisce quando la vita ricomincia. 

E così volando volando anche un piccolo cuore se ne andava, 
attraversando il cielo verso il Grande Cuore, 
un cuore piccolo e meschino come un paese inospitale 
volava dritto in alto verso il suo destino... 
Lalalalalalalalalalalalalalalalalalalalalalalalalalalalala

venerdì 28 agosto 2026

Alla ricerca dei Crivelli... "perduti".

Oggi, in cerca di pace e buona compagnia, sono partito col mio amico Marco diretto a Massa Fermana, dove abitualmente alligna un Polittico di Carlo Crivelli, uno dei miei artisti preferiti.

La strada per Massa Fermana è poca, una quarantina di chilometri da casa mia, ma vuole del tempo: si attraversano tanti paesi, il grande territorio di Fermo, Magliano di Tenna, Grottazzolina, Montappone e altri centri tutti belli, tutti collocati in queste irte colline marchigiane, immerse in un verde che si riprende lo spazio che l'uomo non vuole più usare. Già il semplice girare è un piacere: guardare fuori dal finestrino, osservare i palazzi e le mura, il bel tono tipico delle nostre parti delle antiche murature, caldo e chiaro, il verde e gli alberi, valli e fossi...

Giunti sul posto, il primo sguardo tocca le case sorte negli anni Cinquanta e Sessanta, non un bel vedere, ma quando si supera questa cortina si arriva davanti alla vista di un paese antico e vero, con una sua armonia e bellezza. Guardate la bella porta di Sant'Antonio:


Il viaggio varrebbe anche solo per vedere questa porta. Il portone in legno è rimasto intatto, antichissimo e consunto e questo a me non dispiace per nulla. Salendo verso la piazza, si giunge alla sede attuale, provvisoria, del comune, un non bell'edificio che ricalca le forme della cortina che ci ha accolti. Cerchiamo la Pinacoteca altrove e scopriamo che è stata trasferita in questo edificio. Busso ad una porta ed una gentile impiegata del Comune mi dice che purtroppo il Crivelli è fuori, in restauro, ma chiama un giovane volontario che ci apre il locale della Pinacoteca. Dovrebbe contenere, oltre al Polittico, un Durante Nobili ed un Vincenzo Pagani, tra l'altro, oltre che delle suppellettili ecclesiastiche provenienti dall'antico convento di San Francesco e due lacerti di affreschi del XII e XIII secolo. Manca anche il Pagani, ahimè, per cui ci dobbiamo accontentare del Durante Nobili, eccolo qui:






Il color carta da zucchero del cielo e dei panni del committente mi piace tantissimo. 
È la Disputa sull'Immacolata Concezione. Abbiamo un Durante Nobili anche a Monteprandone, si riconosce lo stile, anche lì accompagnato da Vincenzo Pagani. Durante era di Caldarola come i De Magistris (Simone de Magistris è un altro dei miei preferiti, col suo stile spigoloso quasi "cubista" -- esagero volutamente, dai...).

Facciamo seguire una simpatica chiacchierata con questo bravo e simpatico giovane che ci dice tante cose interessanti e che Carlo Crivelli dovrebbe tornare per il giugno 2027. E va bene, Crivelli, torneremo a casa tua tra un po'. Salutiamo il giovane gentilissimo e decidiamo per rifarci di attraversare un paio di valli e di fiumi alla ricerca dell'altro Crivelli della zona, sempre Carlo, ma a Montefiore dell'Aso, bel paesino ordinato e pulito che ha mantenuto ancor più chiaramente quell'armonia e quei colori che abbiamo intravisto a Massa Fermana. Di quei colori e di quell'armonia non posso mai fare a meno. Non riuscirei a vivere lontano da questi colli e dal mio mare.

Cavalchiamo con lenta sollecitudine, incrociando trattori, carri, camion, gente al lavoro, con un ritmo lento ma costante, facciamo una brevissima sosta per prendere da bere ed arriviamo a Montefiore domandando dove fosse il Polo Museale di San Francesco. Ancora tracce di San Francesco d'Assisi (a Massa Fermana si parlava anche della presenza dello stesso Poverello d'Assisi, Massa è citata nei Fioretti...). Arriviamo e il Polo dovrebbe giusto chiudere (per me un classico), ma "piango" e "vocio" ed una gentile signora ci consente una visita a volo d'angelo di cui approfittiamo senza replicare ("seconda porta a destra, poi sopra a destra..." una serie di indicazioni con cui mi perdo in un secondo, meno male l'altro Marco...), facendo le scale a quattro a quattro, e lì ci aspetta l'altro bellissimo Polittico crivellesco:




Che colori, che vita, che intensità, che oro.
San Pietro sembra pronto ad uscire per dirci che siamo dei ritardatari ma che gradisce ugualmente la nostra visita, con uno sguardo un po' burbero ma buono. Rimaniamo incantati, io dalla ricchezza, dalla elegante scarpetta rossa di Santa Caterina d'Alessandria, dallo sguardo ammaliante della Maddalena, dai suoi capelli curati, dalla forza di San Pietro e dei suoi attributi iconografici classici: le chiavi, i capelli, la barba folta e densa, il portamento ieratico ma familiare al tempo stesso, il berretto del santo francescano (Giovanni Duns Scoto), da tutto quest'oro... L'oro vale perché luccica, dice il mio Chesterton, e non perché è raro: ci sono migliaia di fanghiglie più rare dell'oro, precisa, e nessuno le cerca... Vero.

Ripartiamo passando per la Val Menocchia ove troviamo un distributore con alimentari che sembra uscito da un film surreale e bellissimo, e poi puntiamo verso la Ripa, la nostra Ripatransone, incrociando la Chiesa del Carmine non lontana dal Trivio, ove si trova un affresco di Simone De Magistris, e poi voliamo a casa.

Una bella mattinata, mi piacerebbe portarci tanti altri amici. Ci ripromettiamo di cercare altri Crivelli (una domenica pomeriggio d'autunno di diversi anni fa ebbi la ventura di vedere tutto il crivellesco possibile e un Girolamo di Giovanni a Monte San Martino a distanza ravvicinata: la chiesa in restauro previde lo spostamento delle tre pale presenti in chiesa e potei vederle ben da vicino, ma che bello...).

Questa è la Marca, trovi tesori dove non penseresti manco di fermarti, abituato come sei a questi colori. Mai abituarsi, frustare la propria anima purché non si addormenti, sempre Chesterton consiglia.

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Aggiornamento del 30 agosto 2026 - il mio amico, a commento di quanto potete leggere, ha detto, leopardianamente: sedendo e mirando...

mercoledì 29 aprile 2026

Sette Cerri.

 

Sette Cerri, Marco Sermarini ©.



"Scorzone di cerro!" mi apostrofò un amico tanti anni fa. 

Il cerro è una bella pianta, una sottospecie di quercia, infatti il suo nome scientifico è Quercus Cerris.

Dicono che la corteccia, la scorza del cerro sia particolarmente dura. A me non sembra di essere così duro, ma il paragone con questa bella piantona mi piacque. Mi piacciono anche le sue simpatiche ghiande capellute. Per legittima estensione l'ho applicato alla mia famiglia, quella che ho fondato assieme a mia moglie e i miei figli. 

Non siamo e mai siamo stati troppo teneri, ingombranti sempre. Sette eravamo e siamo (credo la Comunione dei Santi), e allora ho pensato che ben si attagliasse alle nostre personalità l'immagine dei sette cerri. Sette Cerri è anche il nome poetico e bucolico di un ridente paesino sui Monti della Laga.

Uno dei miei desideri è proprio quello di andarci con tutta la famiglia e farne la nostra ideale repubblica. Il buffo è che non ci sono mai andato, ma prima o poi la raggiungerò con il mio cavallo rosso.



sabato 28 marzo 2026

Frammenti della mia filosofia - 84 - Le cattedrali medievali e la via pulchritudinis di Benedetto XVI.


N.b.: Neretti miei.

***

Cari fratelli e sorelle!

Nelle catechesi delle scorse settimane ho presentato alcuni aspetti della teologia medievale. Ma la fede cristiana, profondamente radicata negli uomini e nelle donne di quei secoli, non diede origine soltanto a capolavori della letteratura teologica, del pensiero e della fede. Essa ispirò anche una delle creazioni artistiche più elevate della civiltà universale: le cattedrali, vera gloria del Medioevo cristiano. Infatti, per circa tre secoli, a partire dal principio del secolo XI si assistette in Europa a un fervore artistico straordinario.

Un antico cronista descrive così l’entusiasmo e la laboriosità di quel tempo: “Accadde che in tutto il mondo, ma specialmente in Italia e nelle Gallie, si incominciasse a ricostruire le chiese, sebbene molte, per essere ancora in buone condizioni, non avessero bisogno di tale restaurazione. Era come una gara tra un popolo e l’altro; si sarebbe creduto che il mondo, scuotendosi di dosso i vecchi cenci, volesse rivestirsi dappertutto della bianca veste di nuove chiese. Insomma, quasi tutte le chiese cattedrali, un gran numero di chiese monastiche, e perfino oratori di villaggio, furono allora restaurati dai fedeli” (Rodolfo il Glabro, Historiarum 3,4).

Vari fattori contribuirono a questa rinascita dell’architettura religiosa. Anzitutto, condizioni storiche più favorevoli, come una maggiore sicurezza politica, accompagnata da un costante aumento della popolazione e dal progressivo sviluppo delle città, degli scambi e della ricchezza. Inoltre, gli architetti individuavano soluzioni tecniche sempre più elaborate per aumentare le dimensioni degli edifici, assicurandone allo stesso tempo la saldezza e la maestosità. Fu però principalmente grazie all’ardore e allo zelo spirituale del monachesimo in piena espansione che vennero innalzate chiese abbaziali, dove la liturgia poteva essere celebrata con dignità e solennità, e i fedeli potevano sostare in preghiera, attratti dalla venerazione delle reliquie dei santi, mèta di incessanti pellegrinaggi.

Nacquero così le chiese e le cattedrali romaniche, caratterizzate dallo sviluppo longitudinale, in lunghezza, delle navate per accogliere numerosi fedeli; chiese molto solide, con muri spessi, volte in pietra e linee semplici ed essenziali. Una novità è rappresentata dall’introduzione delle sculture. Essendo le chiese romaniche il luogo della preghiera monastica e del culto dei fedeli, gli scultori, più che preoccuparsi della perfezione tecnica, curarono soprattutto la finalità educativa.

Poiché bisognava suscitare nelle anime impressioni forti, sentimenti che potessero incitare a fuggire il vizio, il male, e a praticare la virtù, il bene, il tema ricorrente era la rappresentazione di Cristo come giudice universale, circondato dai personaggi dell’Apocalisse. Sono in genere i portali delle chiese romaniche a offrire questa raffigurazione, per sottolineare che Cristo è la Porta che conduce al Cielo. I fedeli, oltrepassando la soglia dell’edificio sacro, entrano in un tempo e in uno spazio differenti da quelli della vita ordinaria. Oltre il portale della chiesa, i credenti in Cristo, sovrano, giusto e misericordioso, nell’intenzione degli artisti potevano gustare un anticipo della beatitudine eterna nella celebrazione della liturgia e negli atti di pietà svolti all’interno dell’edificio sacro.

Nel secoli XII e XIII, a partire dal nord della Francia, si diffuse un altro tipo di architettura nella costruzione degli edifici sacri, quella gotica, con due caratteristiche nuove rispetto al romanico, e cioè lo slancio verticale e la luminosità. Le cattedrali gotiche mostravano una sintesi di fede e di arte armoniosamente espressa attraverso il linguaggio universale e affascinante della bellezza, che ancor oggi suscita stupore. Grazie all’introduzione delle volte a sesto acuto, che poggiavano su robusti pilastri, fu possibile innalzarne notevolmente l’altezza.

Lo slancio verso l’alto voleva invitare alla preghiera ed era esso stesso una preghiera. La cattedrale gotica intendeva tradurre così, nelle sue linee architettoniche, l’anelito delle anime verso Dio. Inoltre, con le nuove soluzioni tecniche adottate, i muri perimetrali potevano essere traforati e abbelliti da vetrate policrome. In altre parole, le finestre diventavano grandi immagini luminose, molto adatte ad istruire il popolo nella fede. In esse - scena per scena – venivano narrati la vita di un santo, una parabola, o altri eventi biblici. Dalle vetrate dipinte una cascata di luce si riversava sui fedeli per narrare loro la storia della salvezza e coinvolgerli in questa storia.

Un altro pregio delle cattedrali gotiche è costituito dal fatto che alla loro costruzione e alla loro decorazione, in modo differente ma corale, partecipava tutta la comunità cristiana e civile; partecipavano gli umili e i potenti, gli analfabeti e i dotti, perché in questa casa comune tutti i credenti erano istruiti nella fede.

La scultura gotica ha fatto delle cattedrali una “Bibbia di pietra”, rappresentando gli episodi del Vangelo e illustrando i contenuti dell’anno liturgico, dalla Natività alla Glorificazione del Signore. In quei secoli, inoltre, si diffondeva sempre di più la percezione dell’umanità del Signore, e i patimenti della sua Passione venivano rappresentati in modo realistico: il Cristo sofferente (Christus patiens) divenne un’immagine amata da tutti, ed atta a ispirare pietà e pentimento per i peccati. Né mancavano i personaggi dell’Antico Testamento, la cui storia divenne in tal modo familiare ai fedeli che frequentavano le cattedrali come parte dell’unica, comune storia di salvezza.

Con i suoi volti pieni di bellezza, di dolcezza, di intelligenza, la scultura gotica del secolo XIII rivela una pietà felice e serena, che si compiace di effondere una devozione sentita e filiale verso la Madre di Dio, vista a volte come una giovane donna, sorridente e materna, e principalmente rappresentata come la sovrana del cielo e della terra, potente e misericordiosa. I fedeli che affollavano le cattedrali gotiche amavano trovarvi anche espressioni artistiche che ricordassero i santi, modelli di vita cristiana e intercessori presso Dio.

E non mancarono le manifestazioni “laiche” dell’esistenza; ecco allora apparire, qua e là, rappresentazioni del lavoro dei campi, delle scienze e delle arti. Tutto era orientato e offerto a Dio nel luogo in cui si celebrava la liturgia. Possiamo comprendere meglio il senso che veniva attribuito a una cattedrale gotica, considerando il testo dell’iscrizione incisa sul portale centrale di Saint-Denis, a Parigi: “Passante, che vuoi lodare la bellezza di queste porte, non lasciarti abbagliare né dall’oro, né dalla magnificenza, ma piuttosto dal faticoso lavoro. Qui brilla un’opera famosa, ma voglia il cielo che quest’opera famosa che brilla faccia splendere gli spiriti, affinché con le verità luminose s’incamminino verso la vera luce, dove il Cristo è la vera porta”.

Cari fratelli e sorelle, mi piace ora sottolineare due elementi dell’arte romanica e gotica utili anche per noi. Il primo: i capolavori artistici nati in Europa nei secoli passati sono incomprensibili se non si tiene conto dell’anima religiosa che li ha ispirati. Un artista, che ha testimoniato sempre l’incontro tra estetica e fede, Marc Chagall, ha scritto che “i pittori per secoli hanno intinto il loro pennello in quell'alfabeto colorato che era la Bibbia”. Quando la fede, in modo particolare celebrata nella liturgia, incontra l’arte, si crea una sintonia profonda, perché entrambe possono e vogliono parlare di Dio, rendendo visibile l’Invisibile. Vorrei condividere questo nell’incontro con gli artisti del 21 novembre, rinnovando ad essi quella proposta di amicizia tra la spiritualità cristiana e l’arte, auspicata dai miei venerati Predecessori, in particolare dai Servi di Dio Paolo VI e Giovanni Paolo II.

Il secondo elemento: la forza dello stile romanico e lo splendore delle cattedrali gotiche ci rammentano che la via pulchritudinis, la via della bellezza, è un percorso privilegiato e affascinante per avvicinarsi al Mistero di Dio. Che cos’è la bellezza, che scrittori, poeti, musicisti, artisti contemplano e traducono nel loro linguaggio, se non il riflesso dello splendore del Verbo eterno fatto carne? Afferma sant’Agostino: “Interroga la bellezza della terra, interroga la bellezza del mare, interroga la bellezza dell’aria diffusa e soffusa. Interroga la bellezza del cielo, interroga l’ordine delle stelle, interroga il sole, che col suo splendore rischiara il giorno; interroga la luna, che col suo chiarore modera le tenebre della notte. Interroga le fiere che si muovono nell'acqua, che camminano sulla terra, che volano nell'aria: anime che si nascondono, corpi che si mostrano; visibile che si fa guidare, invisibile che guida. Interrogali! Tutti ti risponderanno: Guardaci: siamo belli! La loro bellezza li fa conoscere. Questa bellezza mutevole chi l’ha creata, se non la Bellezza Immutabile?” (Sermo CCXLI, 2: PL 38, 1134).

Cari fratelli e sorelle, ci aiuti il Signore a riscoprire la via della bellezza come uno degli itinerari, forse il più attraente ed affascinante, per giungere ad incontrare ed amare Dio.

(Benedetto XVI, udienza generale di mercoledì 18 novembre 2009)

Duomo di Modena - facciata
(foto di Marco Sermarini©)

Chiesa abbaziale
di Nonantola -navata centrale
(foto di Marco Sermarini©)

Duomo di Modena -
navata centrale
(foto di Marco Sermarini©)






giovedì 5 marzo 2026

Silenzio! Sennò non si diventa neri... 😵‍💫 😂

 


Canzone fortemente nonsense.

La cantavamo tutte le mattine andando a scuola coi bambini. Imparata a memoria.

Chi non apprezza il nonsense è nonsense 😜.

domenica 1 marzo 2026

Tutto pulito.


Associazione gratuita e non sensata di idee ma non per questo priva di significato.

Sono andato qualche mese fa a passeggiare con un caro amico, abbiamo affrontato il Monte Vettore da un'altra prospettiva che non fosse quella di arrivare in vetta, o meglio sulla cima più alta del gruppo del Monte Vettore, ed infatti abbiamo raggiunto la Punta di Prato Pulito e poi la Cima del Lago, da dove si vede - come suggerisce il nome - il Lago di Pilato. Vi confesso che è una bellissima passeggiata e mi sono affezionato a quel luogo, ho fatto anche amicizia con le stelle alpine, se volete mi sono fissato.

Mentre vado in Ascoli Piceno per lavoro, giorni fa, guardo in lontananza il gruppo del Vettore ben innevato, e ad un certo punto vedo chiara la Punta di Prato Pulito. Lì mi è scattata l'associazione di idee: 

Prato Pulito, minestra pulita. 

Mi sono ricordato di giorni d'infanzia e di lotte... alimentari.

Tanti anni fa il nostro primo figlio era un bambinetto piccolino, ed era costretto a mangiare una minestra composta di brodo di carne (lo preparava mia mamma come si faceva una volta), un omogeneizzato e non so cos'altro. La mistura non gli era particolarmente gradita, per cui quando un po' più grandicello (sempre piccolino!) scoprì che il brodo da cui partiva il miscuglio in realtà non era torbido come ciò che era costretto a mangiare, ed era decisamente più gustoso, iniziò a dire che lui voleva "la minestra pulita". Chiamalo fesso, dicevo.

Ma tutto questo che c'entra? Montagna, Prato Pulito, prati puliti, minestre pulite?

C'entra, c'entrano.

Prato Pulito, minestra pulita, tutto pulito, tutto gradito. Infanzia, gratitudine, innocenza, piccola fatica, grande fatica, sempre è fatica, tutto è un po' fatica, sudore, bello, tutto bello, tutto pulito, tutto gradito, tutto è un Prato Pulito.

Indubbiamente c'è del nonsense ma ci vuole, ci vuole, non credo se ne possa fare a meno, la vita non è ragioneria, non è mai partita doppia anche se inspiegabilmente riporta sempre, se amiamo la realtà. Per cui ogni tanto vale la pena di associare cose apparentemente estranee che tali non sono. La vita è un bellissimo puzzle che non ci siamo scelti e per questo puzzle iniziamo a combattere da piccoli prima ancora di essere arruolati, disse Chesterton.

Purtroppo non ho foto innevate del luogo, e vi dirò che arrivare lassù di questi tempi non sarebbe proprio una passeggiata semplice, per cui vi ripropongo quelle estive scattate lo scorso settembre 2025.

Tutto pulito, grazie.


Vista ovest dalla Punta di Prato Pulito
(le Piane di Castelluccio coperte dalle nuvole)


Vista sud ovest dalla Punta
di Prato Pulito (in lontananza
le montagne laziali)





domenica 28 dicembre 2025

Dizionario della mia lingua, il sambenedettese - 9 -- Aggiornamenti su lu "rëbbëvéssë"



Ci sono delle novità interessanti a proposito di questo post [Dizionario della mia lingua, il sambenedettese - 5 | Rëbbëvéssë (e mo vi ci voglio)] in cui amabilmente sfidavo chiunque l'avesse letto a dare un'ipotesi di etomologia su questo mugghiante verbo sambenedettese. Il precedente li leggete nel collegamento qui sopra, qui di seguito ho reso pubblico il commento (altrimenti chissà chi l'avrebbe letto?) del mio caro amico Antonio Angellotti, studioso e docente in terra d'Austria ma nato e cresciuto nella Riviera delle Palme. Sono aperti i commenti, le discussioni e altro ancora. Ringrazio Antonio per averci perso tempo.

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Caro Marco,


ho ricevuto il link da Peppe, un post del dicembre 2022, che ha per oggetto la parola "rebbevesse".

Ho letto anche il commento del tuo collega di Ascoli, che ha portato l'esempio delle piante di basilico, che erano rinsecchite e, dopo essere state annaffiate, hanno ripreso vita.

Io ti faccio notare che il vocabolo "rebbevesse" non viene dal verbo "bere", ma deriva dal verbo "vivere", per questo uso come risposta il tuo post del luglio 2025: omnis, qui mortuus fuerit, vivet! = ognuno, che non fosse più in vita, vivrà!

Funziona così: il verbo latino " vivere", come tu saprai, non ha il cosiddetto participio passato passivo; la forma "vivitum" nel latino classico non è mai esistita; però nel tardo latino, o forse nel latino medievale, questo vocabolo è stato forzatamente coniato ed usato, specialmente la forma rafforzata "re-vivitum" (che significherebbe "rivissuto").

Ora a causa della non conoscenza dell'accentazione latina, legge della penultima sillaba, gli uomini di chiesa del medioevo hanno sicuramente pronunciato la parola sulla terz'ultima sillaba, che suona: re- vivi' to!

Ecco, da "re-vivi' to" il passaggio a "ri-bbevito" è breve: dissimilazione della "v", cioè la prima v diventa "b" e viene marcatamente rafforzata!

Hai capito? Così è nata l'espressione "a 'ssa re-bbevi' to" , cioè è risuscitato, è tornato in vita.

Se il vocabolo venisse dal verbo bere, dovremmo avere "ri-bbevuto" e non "re-bbevito", non ti pare? 

Grazie per la tua attenzione. la prossima Volta, se vuoi, ti spiego l'etimologia della desinenza "-esse" in " rebbevèsse".

Arrivederci.

Antonio

Basilico decisamente "ribbevito"...


giovedì 25 dicembre 2025

L'Infinito di Giacomo Leopardi va riproposto di sovente.

Sempre caro 🤗 mi fu quest'ermo colle⛰, 

E questa siepe, 🏡 che da tanta parte 
Dell'ultimo orizzonte il guardo esclude. 
Ma sedendo 🛋 e mirando 🖼, interminati 
Spazi di là da quella, e sovrumani 
Silenzi 🤫 , e profondissima quiete 
☺️
Io nel pensier 💭 mi fingo; ove per poco 
Il cor ❤️non si spaura 
😧. E come il vento 🌬 
Odo stormir 🍃tra queste piante🌳🌲🌲🌳, io quello 
Infinito silenzio 🤫 a questa voce 📣 
Vo comparando: e mi sovvien l'eterno, 
E le morte stagioni, e la presente 
E viva, e il suon di lei. Così tra questa 
Immensità s'annega il pensier 💭mio: 
E il naufragar ⛵️ 
m'è dolce 🍨 in questo mare 🌊 . 

sabato 25 ottobre 2025

Una canzone che mi piace molto, Il violinista di Dooney, di Angelo Branduardi.

Non so se conoscete questa canzone.

È Il violinista di Dooney, di Angelo Branduardi; il testo è tratto da una poesia del poeta irlandese William Butler Yeats, la traduzione in lingua italiana è opera della moglie di Branduardi, Luisa Zappa.

Il testo italiano è questo che segue:

Come le onde del mare, 
come le onde del mare
balla la gente quando suono il mio violino.

Mio cugino è prete a Kilvarnet,
mio fratello è prete a Mocharbuiee.
Ma io ho fatto più di mio fratello e mio cugino.

Leggono nei libri di preghiere,
io leggo nel mio libro di canzoni
che ho comperato alla fiera di Sligo.

Quando alla fine dei tempi
noi ci presenteremo a Pietro,
andremo a lui seduto in Maestà.

Allora lui sorriderà 
ai nostri tre vecchi spiriti,
ma chiamerà me per primo oltre il cancello.

Perché sempre allegri sono i buoni,
salvo che per cattiva sorte,
e la gente allegra ama il violino,
e la gente allegra ama ballare.

Quando mi vedono arrivare,
corrono da me tutti gridando.

“Ecco il violinista di Dooney!”
Vengono a ballare come le onde del mare!


Questo è invece il testo in lingua originale, il cui titolo è Fiddler of Dooney:

When I play on my fiddle in Dooney, 
Folk dance like a wave of the sea; 
My cousin is priest in Kilvarnet, 
My brother in Mocharabuiee. 

I passed my brother and cousin: 
They read in their books of prayer; 
I read in my book of songs 
I bought at the Sligo fair. 

When we come at the end of time, 
To Peter sitting in state, 
He will smile on the three old spirits, 
But call me first through the gate; 

For the good are always the merry, 
Save by an evil chance, 
And the merry love the fiddle 
And the merry love to dance. 

And when the folk there spy me, 
They will all come up to me, 
With ‘Here is the fiddler of Dooney!’ 
And dance like a wave of the sea.

Di questa poesia Yeats dirà:


“A un paio di miglia da Innisfree c’è una grande rocca chiamata Dooney Rock dove spesso andavo a fare un picnic da bambino. Così quando a 24 anni scrissi una poesia su un allegro suonatore di fiddle l’intitolai The fiddler of Dooney, per ricordare quella rocca e anche tutti quei picnic. Tutte le località menzionate nella poesia sono vicine a Sligo".

W. B. Yeats

Dooney è dalle parti di Sligo, vicino alla costa occidentale dell'Irlanda. A Sligo sono stato diverse volte. Molti miei amici sanno che amo molto l'Irlanda, e questa canzone richiama anche nel ritmo e nelle sonorità la musica tradizionale dell'Isola di Smeraldo, e questo ritmo che invita alla danza è molto bello.

Yeats vinse il premio Nobel per la letteratura nel 1923, fu ardente nazionalista irlandese seppur di tradizione protestante, divenne senatore del neonato Stato Libero d'Irlanda e fu uno dei fautori del cosiddetto Celtic Revival in Irlanda. Suo padre John fu invitato al matrimonio di Gilbert Keith Chesterton e Frances Alice Blogg; della famiglia di quest'ultima era molto amico, abitava vicino a loro in Bedford Park a Londra. 

Il mio amico Chesterton tirò fuori questo giudizio su Yeats e sulla sua frequentazione di folletti e fate (come facevo a saltarlo? sembra una nemesi per Yeats, a leggere bene...):

Yeats (W. B. Yeats, n.d.r.) è un irlandese ironico, pieno di reazioni intellettuali. Non è abbastanza stupido per comprendere il paese delle fate. Le fate preferiscono i tipi gioviali come me, le persone che restano a bocca aperta, sorridono e fanno ciò che viene detto loro.

Gilbert Keith Chesterton, Ortodossia.


Personaggio sui generis, William Butler Yeats; questa sua poesia esprime comunque una cosa molto bella: le persone buone sono allegre e felici e hanno facile accesso al paradiso, almeno quanto le persone devote. In fondo il violinista cos'ha? Il suo "libro di canzoni" che ha comprato "alla fiera di Sligo", ma la gente ama ballare, ama sentirlo suonare e quando arriva nel paese si fionda in piazza per fare festa e danzare "come le onde del mare", e lui la fa felice. E poi queste immagini dei "tre vecchi spiriti" e della gente che balla come le onde del mare mi piacciono tantissimo, come pure il finale un po' alla Chesterton di San Pietro che tira dentro il cancello prima il violinista e poi gli altri...

È probabile che dal punto di vista teologico la faccenda faccia acqua da qualche parte, ma l'idea di San Pietro che farà entrare prima il violinista e poi i due bravi preti mi fa un po' sorridere e mi dà un po' di speranza (la speranza è solo che se riesco a fare il buono e a rimanere allegro mi salverò -- a proposito di questo mi sembra appropriato dire quello che sentenziò qualche anno fa un mio caro amico americano, uno a cui piace molto ridere e raccontare fesserie almeno quanto me:


If we have the chance to go to heaven, Marco, it's only because Saint Peter is laughing as off...).



lunedì 15 settembre 2025

Il 13 settembre 2025 sono tornato sul Vettore ma sulla Cima del Lago.

Sono tornato dopo due anni sul Vettore (della precedente ascensione ho già detto in questo post), ma con la digressione verso la Punta (o Cima) di Prato Pulito e la Cima del Lago, visto che non c'ero mai stato prima.

Mi ha invitato ad andare un amico esperto e mi sono divertito molto. Il tempo ci ha assistito perché, come si vede dalle foto, era pulito (un po' di foschia e nubi verso est). La temperatura era ottima (alla partenza da Forca di Presta 15° C), senza vento se non in qualche momento tra il Bivacco Zilioli e la Cima del Lago. Quasi sempre in maglietta, i primi passi con la camicia.

Alla partenza eravamo soli, dopo un po' qualcuno ci ha raggiunto e allo Zilioli c'erano quattro o cinque persone, più un piccolo gruppo di gitanti che probabilmente aveva passato la notte lì. In discesa abbiamo incontrato tante persone.

Non mi soffermo a descrivere il tratto Forca di Presta - Bivacco Zilioli, chi vuole lo trova nel post già richiamato. A tal proposito posso solo aggiungere che quest'anno avevo fatto più fiato e quindi ho fatto meno fatica. Allo Zilioli siamo arrivati attorno alle 9.18, quindi, essendo partiti alle 7.35 circa, abbiamo impiegato circa 1 e 43 minuti.

Ma ora racconto un po' la nuova esperienza. Dallo Zilioli si va verso sinistra (ovest) su di un sentiero inizialmente tracciato e ben visibile, ma che successivamente, dopo poche centinaia di metri, si perde tra le rocce frantumate dagli agenti atmosferici del versante sud un po' al di sotto della cresta che porta alla Punta di Prato Pulito, che si trova a 2.372 metri di altitudine. Non è un problema dal punto di vista dell'orientamento perché la mèta è visibile a chi c'è stato ed intuibile per chi vi si reca per la prima volta (in realtà si vede bene dallo Zilioli, poi la cresta copre un po' la mèta, cammin facendo), però è un tratto abbastanza ripido ed incerto quanto alla stabilità. Dopo un po' si raggiunge la cresta che è una lama che man mano si allarga fino alla Punta, da cui si apre il panorama verso le Piane di Castelluccio ad ovest e verso la cima del Vettore ad est.

Proseguendo si arriva alla Cima del Lago da cui, come suggerito dal nome, si apre la vista sul Lago di Pilato, quest'anno ancora "vivo" nonostante i menagramo sostenitori del cambiamento climatico che lo volevano secco già a metà luglio. Invece - come si vede - c'è ancora. Le nevi non sono state abbondanti quest'anno, anche se c'è stato un loro ritorno tra la fine di marzo ed i primissimi giorni di aprile. Però il mio amico lago c'è! Ho anni e memoria sufficienti per dire che abbiamo avuto annate peggiori e migliori da qui a quarantacinque anni fa, quando lo vidi la prima volta. Il resto sono teorie più giovani ed incerte di chi incautamente (e con forza degna di miglior causa) le proclama. Ho anche qualche perplessità circa l'effetto che alcuni ricercatori sostengono abbia esercitato il terremoto del 2016, credo sia piuttosto difficile accertarlo con sicurezza, ma questa è una mia idea di uomo della strada che cerca di ragionare coi dati e le evidenze che ha.

Dalla Cima del Lago, guardando ad ovest, si sovrasta lo Scoglio dell'Aquila, e si apre ancor meglio il panorama su Castelluccio e tutto il resto. Puntando a nord - est ci sono le mete successive, ossia la Cima del Redentore e il Pizzo del Diavolo. Non abbiamo proseguito volendo tornare a casa per pranzo. 

La Cima del Lago si trova a 2.422 metri di altitudine, cioè cinquantaquattro metri sotto la cima del Vettore.

Siamo ripartiti dopo una brevissima sosta di pochi minuti, il tempo di qualche foto, e siamo arrivati a Forca di Presta alle 11.55, tempo totale di percorrenza 4 ore e 20 minuti circa incluse le brevi soste, le foto e le mie cavolate. Tra la Punta di Prato Pulito e lo Zilioli occorre fare ancor più attenzione che nella salita se non si vuole saggiare la roccia con il proprio muso (parlo per quelli come me, i bravi non devono neppure leggere questa cronaca, si farebbero delle idee sbagliate).

Sulla via del ritorno abbiamo visto molte stelle alpine, mie nuove amiche, fiori pelosetti e belli.

Sono stato molto contento perché ho potuto rivedere il Lago (non i Laghi, non si può riscrivere la geografia, già la storia e la cronaca sono ampiamente riviste da occhi malaccorti in mala fede), perché ho fatto una passeggiata in parte nuova, perché c'era il sole e tutto splendeva e il cielo sembrava di lapislazzuli, perché c'era la luna, perché sono stato con un amico e di tutto sono molto grato al Padre Eterno che, senza che io facessi nulla per meritarmelo, mi ha fatto tanti regali.

Ore 7.40 -- ecco come si
presentano le Piane
di Castelluccio.

Ore 8.30 circa -- la faglia e lo Scoglio dell'Aquila.


Ore 8.30 -- ecco il panorama visibile
a sud dallo stesso punto: i Monti della
Laga e le frazioni di Arquata del
Tronto ai loro piedi, il Gran Sasso.

Ore 9.25 -- ripartiti dal Rifugio Zilioli
ecco il panorama ad ovest, già
avviatici per il sentiero verso
la Cima di Prato Pulito.
In fondo il Terminillo.

Ore 9.25 -- dritto il sentiero che si
avvia verso la cresta che conduce
alla Cima di Prato Pulito.

Ore 9.44 -- in compagnia della luna
e di questo splendido cielo di
lapislazzuli.

Ore 9.44 -- mi giro ed ecco la cima
del Monte Vettore ad est.

Ore 9.50 -- la Punta (o Cima) di Prato Pulito.

Ore 9.50 -- ad ovest le Piane di Castelluccio
non ancora libere dalla nebbia.

Ore 10.00 circa -- dalla Cima del Lago
il mio vecchio amico, il Lago di Pilato!

Ore 10.00 circa -- la Cima del Redentore
e il Pizzo del Diavolo.


Ore 10.24 -- sulla via del ritorno
ecco delle nuove amiche, le stelle alpine!

mercoledì 18 giugno 2025

Tutta la mia stima a papa Sisto V.




A Loreto c'è un monumento dedicato a Papa Sisto V (nato a Grottammare e cresciuto a Montalto nelle Marche). Sta sulla scalinata che conduce al sagrato della Basilica della Santa Casa.

Fu progettato da Antonio Calcagni e realizzato dallo stesso assieme a Tiburzio Vergelli nel 1587. È di bronzo. Fu pagato dagli otto cardinali marchigiani nominati da Sisto V. Gente di buon cuore.

È posto su un basamento marmoreo ottagonale, e su ogni lato c'è un fregio, una formella o una statua.

Sul lato sinistro del basamento guardando la chiesa c'è questa formella alla cui base c'è una scritta in lingua latina:

S U S C I T A R E   N U L L U S   A U D E B I T

È parte di un versetto della Bibbia, precisamente dell'Antico Testamento. Nel libro dei Numeri si legge della profezia di Balaam, l'indovino non ebreo anzi moabita che benedice il popolo d'Israele, la stirpe di Giacobbe, anziché maledirla, come richiesto dal re Balak.

Il versetto è parte di un capitolo, il ventiquattresimo, in cui appunto Balaam benedice, cioè dice bene degli israeliti, ispirato da Dio pur non essendo un israelita:



Accubans dormivit ut leo, et quasi leaena, quam suscitare nullus audebit. Qui benedixerit tibi, erit et ipse benedictus: qui maledixerit, in maledictione reputabitur.

Numeri 24, 9.

Qui sotto una mia traduzione.

Si è accovacciato come un leone e come una leonessa, che nessuno oserà svegliare. Chi ti avrà benedetto sarà benedetto: chi ti avrà maledetto sarà considerato maledetto.

Numeri 24, 9.

Papa Sisto, il papa tosto, che nessuno osava svegliare, come il leone evocato da Balaam. Si vede era proprio così. Mi piace molto quest'idea di forza e di giustizia rappresentata nella Bibbia e ripresa dall'arte per lodare un uomo giusto. Lo stemma papale di Sisto V era infatti un leone rampante, che invece in quest'immagine abbraccia un monte a tre cime (del tipo effigiato negli stemmi dei Monti di Pietà).