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domenica 13 settembre 2026

Il personaggio della poesia è mio parente e ne vado fiero.

Il personaggio descritto nella poesia di Ernesto Spina (1878 - 1959) che vi propongo qui di seguito è Alessandro Mandolini, ormai passato a miglior vita da una cinquantina d'anni ma assurto alla gloria della nostra originale cittadina proprio per la sua... originalità, tanto da divenire protagonista di questo arguto bozzetto di uno dei nostri migliori poeti dialettali.

Avrei altro da raccontare, ma la discrezione me lo impedisce. Cose belle e cose divertenti. Vedremo...

La poesia nella descrizione forse pecca più in difetto che in eccesso per quel che riguarda... l'istrionicità del nostro eroe. Vi sono testimonianze inequivocabili tramandate in famiglia.

Dicevo che è mio parente, il mitico Alessandro detto Lésà: era uno dei fratelli della mia nonna materna Valentina (si somigliavano molto, tra l'altro), quindi il mio prozio. Ogni tanto ancora incontro persone che mi chiedono se eravamo parenti per raccontarmi qualche altro episodio. Io, come è giusto, non nego, ascolto, annoto e riconosco nel suo DNA un po' del mio...

Ecco, ve lo presento, molto molto simpatico.

______________________________


E ssu Lesà! mbe quanne a mme me sirve?

Je 'n'ore che qua dentre me fa sta!

Mumente minzedi mme fa senà!...

Mo che me da?... E chesse è tutte nirve!

Damme, da cristijà, mmeccò de cicce!...

Ssa cenciapelle porbie a mme la da?

Nnu vuie lu cannocce!... Che ce fa?...

— Jeteve tutti vi, ccusci so spicce!!!

Nghe llu mumunte rrentre na Segnore:

— Buon giorno, signor Sandro! Scusi sa!

« Stamane del filetto non ce l'ha? »

Pe lei ce starà sempre 'n tutte ll'ore!

Quante ne facce, un chilo u settecente?

— Duecento grammi; serve al mio Bebè!...

— Lo tagli, per favor, nel mezzo, veh! -

Ecche servite! - Grazie! - E va cuntente...

Ma quante mastremucce sta facenne

Perché jè na segnore e sa parla'!

E mmice a nnu ce scacce come j ca'!

Sempre pe ll'arie j stracce va velenne!...

Ss'à fatte bbune, e zitte mm à servite, Però come la sole mm'è l'à date!!


https://www.vocidellamiagente.it/wp-content/uploads/2021/09/Dentrealumacellare.pdf


                            Ernesto Spina


lunedì 11 maggio 2026

Dizionario della mia lingua, il sambenedettese - 14 - Chiaranzane.

Chiaranzàne, piccola parte di chiaro in un cielo tutto plumbeo, piovoso.

Da Francesco Palestini, Il dialetto sambenedettese, Edizioni del Circolo dei Sambenedettesi.

Non è propriamente una chiaranzanë 
ma ci andiamo vicini. Foto mia scattata
sul lungomare di Grottammare pochi anni fa


Mia madre, che tanto amava osservare i colori e le loro sfumature, soprattutto quelli del cielo e del mare, mi invitava spesso a guardare "la chiaranzànë", quando si vedeva nel cielo della nostra città ("guarda, mammë, la chiaranzànë... 'uarda che culòrë..."). Tutto ciò che poteva creare stupore e interesse visivo era occasione di osservazione e conversazione, con mia madre. Debbo aver ripreso da lei il piacere di osservare il cielo, le nuvole, il mare, l'orizzonte.

Dizionario della mia lingua, il sambenedettese - 13 - Carrìre.

Carrîre, corsa (solo di recente si è detto còrse), quasi lo spagnolo carrera: chissà se debba riferirsi a qualche vetusta parentela in comune con gli antichi abitatori della penisola iberica invece che ad una derivazione diretta.

(da Francesco Palestini, Il dialetto sambenedettese, Edizioni del Circolo dei Sambenedettesi).

Mia madre diceva spesso, quando era molto stanca: "Më vajë a dërmé, più ddë còrsë chë dë carrirë" (vado a dormire, più di corsa che di carriera).



sabato 2 maggio 2026

Dizionario della mia lingua, il sambenedettese - 12 - Prësórë.


«Prësórë
(dal punto di vista fonetico a mio avviso va scritto così, spesso scritto "presore" o "presóre", ndr) - fango, sterco. I nostri pescatori usano il termine anche per indicare un qualsiasi ostacolo sottomarino su cui incappano con le reti, riportando gravi danni alle reti stesse ed al pescato».

Ricordo che i lemmi di questo dizionario sono tratti quasi sempre da "Il dialetto sambenedettese" di Francesco Palestini, Edizione Circolo dei Sambenedettesi. Poi aggiungo, quando possibile come in questo caso, la mia personale esperienza della parola in esame.

Sottoscrivo quanto detto da Francesco Palestini, e aggiungo.

Mia madre diceva di aver preso una presura (italianizzo...) quando per esempio incontrava una persona particolarmente chiacchierona e querula che la faceva tornare tardi a casa tenendola in chiacchiere.

Ricordo un episodio della mia gioventù per significare meglio il termine. Una volta un peschereccio rimasto ignoto prese una "prësórë" con la rete, cioè un ordigno bellico della seconda guerra mondiale, la tirò in secco e l'abbandonò sulla banchina del porto. Le autorità, una volta scoperta la "prësórë" a seguito di avviso anonimo, la fecero brillare con le dovute precauzioni in mare, non senza aver preventivamente evacuato un'ampia zona della nostra cittadina, tra cui casa mia. Andammo a vedere assieme a migliaia di altre persone il brillamento della "prësórë" in mare dalle colline circostanti. Che effetto!


venerdì 1 maggio 2026

Radio Notting Hill - Le pesciarole: le colonne portanti della società marinara sambenedettese di Radio Notting Hill!

Ascolta questa traccia su SoundCloud: 

Le pesciarole: le colonne portanti della società marinara sambenedettese di Radio Notting Hill!  

https://on.soundcloud.com/Kv70s7GD4WoJ1ruG3U



lunedì 27 aprile 2026

Allineatisi i pianeti...


Ieri si sono allineati diversi pianeti in serie C girone B. 

Molto satisfattivo. Dico solo questo.

Forza Samb!

E tanti saluti a tutti!

lunedì 29 dicembre 2025

Dizionario della mia lingua, il sambenedettese - 11 - Ciarambognë.

«Ciarambògne, cornamusa, parola che sembra formatasi per contaminazione di 'ciaramella' e 'zampogna' e che probabilmente deriva dalla radice o radici da cui le stesse sono derivate; dal latino calamus, attraverso il francese chalumeau, dato che lo strumento è composto di canne, si sarebbe avuto ciaram e bògne, dal gr. phonía. Ciarambogne a Monsampolo e Cupramarittima; cerambogna a Montalto M.» (da Francesco Palestini, Il dialetto sambenedettese, edizioni Circolo dei Sambenedettesi).

Mia madre: "O féjë, mo' che jè 'ssa ciarambognë?", di fronte a musiche moderne che a lei non piacevano né poco né punto.



Dizionario della mia lingua, il sambenedettese - 10 - Arlëvaccë.

Arlevàcce, prendere le busse; ciarlève, prendo le busse; a Roma ciarlevo (da Francesco Palestini, Il dialetto sambenedettese, edizioni Circolo dei Sambenedettesi).

Mia madre (per me la fons fontium, assieme a mia nonna Valentina): "Marchë, mo' c'arlivë!!!", ma devo dire che, forse a torto, "n'soccë 'rlëvatë majë"...





domenica 28 dicembre 2025

Dizionario della mia lingua, il sambenedettese - 9 -- Aggiornamenti su lu "rëbbëvéssë"



Ci sono delle novità interessanti a proposito di questo post [Dizionario della mia lingua, il sambenedettese - 5 | Rëbbëvéssë (e mo vi ci voglio)] in cui amabilmente sfidavo chiunque l'avesse letto a dare un'ipotesi di etomologia su questo mugghiante verbo sambenedettese. Il precedente li leggete nel collegamento qui sopra, qui di seguito ho reso pubblico il commento (altrimenti chissà chi l'avrebbe letto?) del mio caro amico Antonio Angellotti, studioso e docente in terra d'Austria ma nato e cresciuto nella Riviera delle Palme. Sono aperti i commenti, le discussioni e altro ancora. Ringrazio Antonio per averci perso tempo.

_______

Caro Marco,


ho ricevuto il link da Peppe, un post del dicembre 2022, che ha per oggetto la parola "rebbevesse".

Ho letto anche il commento del tuo collega di Ascoli, che ha portato l'esempio delle piante di basilico, che erano rinsecchite e, dopo essere state annaffiate, hanno ripreso vita.

Io ti faccio notare che il vocabolo "rebbevesse" non viene dal verbo "bere", ma deriva dal verbo "vivere", per questo uso come risposta il tuo post del luglio 2025: omnis, qui mortuus fuerit, vivet! = ognuno, che non fosse più in vita, vivrà!

Funziona così: il verbo latino " vivere", come tu saprai, non ha il cosiddetto participio passato passivo; la forma "vivitum" nel latino classico non è mai esistita; però nel tardo latino, o forse nel latino medievale, questo vocabolo è stato forzatamente coniato ed usato, specialmente la forma rafforzata "re-vivitum" (che significherebbe "rivissuto").

Ora a causa della non conoscenza dell'accentazione latina, legge della penultima sillaba, gli uomini di chiesa del medioevo hanno sicuramente pronunciato la parola sulla terz'ultima sillaba, che suona: re- vivi' to!

Ecco, da "re-vivi' to" il passaggio a "ri-bbevito" è breve: dissimilazione della "v", cioè la prima v diventa "b" e viene marcatamente rafforzata!

Hai capito? Così è nata l'espressione "a 'ssa re-bbevi' to" , cioè è risuscitato, è tornato in vita.

Se il vocabolo venisse dal verbo bere, dovremmo avere "ri-bbevuto" e non "re-bbevito", non ti pare? 

Grazie per la tua attenzione. la prossima Volta, se vuoi, ti spiego l'etimologia della desinenza "-esse" in " rebbevèsse".

Arrivederci.

Antonio

Basilico decisamente "ribbevito"...


domenica 21 dicembre 2025

Le tre gassose e il loro mescitore...

Riassunto delle puntate precedenti:

1) Il 19 novembre 2023, cioè poco più di due anni fa, scrissi nel post Tre gassose una storia della mia infanzia per me spassosissima, in cui tra l'altro dicevo:

La gassosa la compravamo al mare, allo stabilimento, costava cinquanta lire credo. Si andava vicino alle cabine dove c'era un frigorifero a pozzetto di quelli alimentati da quelle colonne di ghiaccio che una volta si fabbricavano vicino al porto, quindi non azionati elettricamente. C'era un ombrellone o una specie di tettoia, e lì c'era lui, l'Unglesë.
Questo nome stava scritto in piccolo in un angolo del già citato cartello dello stabilimento: "Da l'Unglesë".

2) Sabato 6 dicembre, chiacchierando coi miei due amici Giovanni e Massimo, raccontando l'episodio ricordavo come un fulmine a ciel sereno che il mitico L'Unglesë si chiamava Domenico, e loro me lo confermavano. Mi hanno detto anche che L'Unglesë era il nonno di un loro amico che poi rilevò lo stabilimento in anni successivi (ora quello stabilimento non c'è più, al suo posto c'è un altro stabilimento con ristorante pizzeria che occupa due concessioni balneari). Mi promettevano che avrebbero chiesto notizie più accurate del nostro eroe.

3) Ebbene, sabato 20 dicembre 2025 sono passato nel supermercato dei miei amici Giovanni e Massimo e ho appreso che L'Unglesë si chiamava Domenico Crescenzi! Da informazioni che hanno assunto appositamente per me (e di questo li ringrazio di cuore) ho saputo che l'altra signora che stava con lui a Lu Talafé, Rosa, era sua sorella, e che il soprannome epico gli era stato dato perché... avevo ragione, era la terza ipotesi che formulavo nel mio post originario: mi ha detto Giovanni che lo chiamavano così perché quando parlava non si capiva niente!

Il mistero si è diradato ed ora tutto ha ancora più sapore! Evviva!

Il resto della storia è sempre qui sotto:

https://marcosermarini.blogspot.com/2023/11/tre-gassose.html



P. S.: a me sembrava di ricordare che sul cartello ci fosse scritto L'Unglese, ma in una pubblicazione del Circolo dei Sambenedettesi ho appreso che il soprannome, assieme a tanti altri, è "allibrato" come Nglèse... 


domenica 7 dicembre 2025

Un aggiornamento su questo vecchio post, la storia delle tre gassose...

il 19 novembre 2023, cioè poco più di due anni fa, scrissi nel post Tre gassose:

Estate, forse dell'anno 1970, massimo 1971. San Benedetto del Tronto, la mia bella città, in estate è splendida e sempre piena di sole. Giugno, luglio, agosto, ho solo ricordi di giornate inondate di sole e di luce che accende i colori, mare azzurro, sabbia calda, palettina e secchiello.

Il rituale era semplice: partivamo da casa a piedi, da via Carducci 29, e raggiungevamo la stazione ferroviaria, non troppo distante. Lì prendevamo il bus urbano...

e più avanti dicevo:

La gassosa la compravamo al mare, allo stabilimento, costava cinquanta lire credo. Si andava vicino alle cabine dove c'era un frigorifero a pozzetto di quelli alimentati da quelle colonne di ghiaccio che una volta si fabbricavano vicino al porto, quindi non azionati elettricamente. C'era un ombrellone o una specie di tettoia, e lì c'era lui, l'Unglesë.
Questo nome stava scritto in piccolo in un angolo del già citato cartello dello stabilimento: "Da l'Unglesë".

Ebbene, ieri, sabato 6 dicembre, chiacchierando coi miei due amici Giovanni e Massimo mi è tornato alla mente il nome del mitico L'Unglesë, cioè Domenico, e loro me l'hanno confermato perché anche loro da ragazzi (siamo più o meno coetanei) frequentavano lo stesso stabilimento. Mi hanno detto anche che L'Unglesë era il nonno di un loro amico che poi rilevò lo stabilimento in anni successivi (ora quello stabilimento non esiste più, ha lasciato il suo spazio ad uno stabilimento con ristorante pizzeria che occupa due concessioni balneari). Mi hanno promesso che avrebbero chiesto notizie più accurate del nostro eroe. Appena ne avrò l'occasione ve ne darò notizia. Chissà, forse scopriremo anche l'origine del pittoresco soprannome...

Il resto della storia è sempre qui sotto:

https://marcosermarini.blogspot.com/2023/11/tre-gassose.html





mercoledì 29 ottobre 2025

Post quasi muto...

✌🏽a ☝🏽...

... e mo facètiji parla', po' dé chellë chë së parë...



giovedì 26 giugno 2025

Dizionario della mia lingua, il sambenedettese - 7 - Interessante termine liturgico.

Patràccule, bàttola, crotalo, troccolo: arnese di legno che si usa come surrogato delle campane per chiamare i fedeli in chiesa il Venerdì ed il Sabato Santo, quando i sacri bronzi tacciono.


#liturgia #sambenedettese #SanBenedettodelTronto #dialetto

sabato 15 marzo 2025

Il mio primo giorno di scuola.



Importerà con ogni probabilità a pochi ma sono contento di raccontarlo. L'altra mattina sono ripassato, come mi accade di fare abbastanza spesso quando passeggio, davanti alla mia vecchia scuola elementare. Le ho scattato una foto e allora mi è venuta voglia di scrivere di questa circostanza.

Fu il primo ottobre 1971. Non ricordo sinceramente se quella mattina ci fosse il sole o meno, sembrerà strano ma l'ho dimenticato. È un po' come se il prima fosse assente e che di botta io mi sia ritrovato in braccio a mio padre nel cortile della mia scuola elementare ad ascoltare quale sarebbe stata la mia classe e il mio o la mia insegnante. È strano questo vuoto, anche perché ho ricordi di molto antecedenti al primo giorno di scuola, però è così. Di botto mi ritrovai catapultato verso la scuola senza tanto rendermene conto. Mi ricordo che giorni prima andammo a comprare la cartella, che portavo a spalla; oggi non si usano più: i bambini vanno a scuola come sherpa nepalesi con zainetti carichi di libri come fossero provviste e salmerie insostituibili, noi andavamo con il piccolo sussidiario (forse si chiamava Paese), l'ancor più sottile libro di lettura, due quaderni due, uno a righe e uno a quadretti, l'astuccio con cui feci cinque anni di scuola, dentro i pastelli, una matita, una gomma un temperino. Stop. Non mi pare che non abbiamo avuto storia, opportunità, cultura, scoperte, luce e fantasia.

Non facemmo nessuna foto, per lo meno non mi sembra di averla in casa. In famiglia c'era una moderata per non dire quasi nulla tendenza a solennizzare traguardi, feste, circostanze. Ricordo solo un po' di trasporto al momento in cui acquistammo il necessario.

Quella fu una falsa partenza: mio padre ed io ci recammo a scuola, forse in macchina, entrammo nel cortile dove ho un vago ricordo si trovassero tanti babbi, tante mamme e tanti bimbi, tutti nel loro grembiulino e col fiocco, rispettivamente nero e blu per i maschietti e bianco e rosa per le femminucce. Babbo mi prese in braccio per farmi vedere più lontano. Non so se sperava che io ascoltassi con lui il personaggio (forse era il direttore) che leggeva i nomi dei vari bambini classe per classe, maestro per maestro, sta di fatto che io mi resi conto di ben poco. Capimmo che avremmo dovuto tornare nel pomeriggio perché io sarei andato in una delle classi che avrebbero iniziato la scuola nel pomeriggio. Sì, perché noi facevamo doppi turni; eravamo talmente tanti che dovevamo usare la scuola tutto il giorno, tanti la mattina e tanti il pomeriggio, a mesi alterni. Infatti fino alla quarta elementare (quando ci spostarono in un altro plesso, vicinissimo a casa mia; oggi ospita la palestra di Fausto e Luigi Giorgini) per me la scuola ad ottobre fu sempre il pomeriggio, novembre la mattina e così via. Eravamo davvero centinaia e centinaia di bambini nella mia città, noi del 1965: l'anno 1964 fu quello in cui nacquero più bambini in Italia, il nostro quello immediatamente successivo anche in classifica. 

Dunque tornammo a casa per il falso allarme. Ricordo un minimo di stupore nel viso di mamma; passai la mattina un po' sospeso, toltomi il grembiulino da "remigino" (si diceva così ai bimbi che avrebbero frequentato la prima elementare), forse giocai, feci pranzo e tornai nel pomeriggio a scuola piuttosto trepidante. Erano le due e mezza circa. Mi ricordo la luce del pomeriggio e la classe che mi sembrava enorme, tutta tappezzata di quelli che scoprii erano i cartelli con le lettere ed un disegnino con qualcosa il cui nome cominciasse con quella lettera: la a di ape, la b di birillo, la i di imbuto, la z di zappa... C'era anche una presenza materna, quella della mia maestra che si chiamava Anna Traini, una signora sorridente ed affettuosa. Eravamo tutti maschietti, ed in mezzo a loro trovai un mio amichetto vicino di casa con cui i miei genitori mi avevano fatto familiarizzare poco tempo prima, Marino Palanca. Mi pare che ci misero di banco insieme, ne fui contento, fu una presenza rassicurante. Siamo rimasti sempre amici.

La scuola era ed è intitolata a Benedetto Caselli, un sambenedettese che perse la vita durante la I Guerra Mondiale. Qui ne trovate la storia. È strano ma oggi tutti chiamano quella scuola "le Moretti", perché sono in via Gino Moretti. Io però ricordo bene l'altro nome e la storia di quest'uomo.

Ci sarebbe altro da raccontare, per ora mi fermo qui.

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Aggiornamento del 22 giugno 2025:

Felice è colui che ama ancora ciò che amava all'asilo: non è stato spezzato in due dal tempo; non sono due uomini, ma uno solo, ed ha salvato non solo la sua anima ma la sua vita.

Gilbert Keith Chesterton, Illustrated London News, 26 Settembre 1908.

domenica 19 novembre 2023

Tre gassose.

Eccola com'era...!


Estate, forse dell'anno 1970, massimo 1971. San Benedetto del Tronto, la mia bella città, in estate è splendida e sempre piena di sole. Giugno, luglio, agosto, ho solo ricordi di giornate inondate di sole e di luce che accende i colori, mare azzurro, sabbia calda, palettina e secchiello.

Il rituale era semplice: partivamo da casa a piedi, da via Carducci 29, e raggiungevamo la stazione ferroviaria, non troppo distante. Lì prendevamo il bus urbano, che mia madre ancora chiamava "il postale". Era verde, mi pare che la ditta che faceva il servizio si chiamasse Romanelli. Mi piaceva quell'ondeggiare appesi al palo, e il campanello che mamma suonava per ricordare all'autista la nostra fermata. Il bigliettaio con la borsa di cuoio nero, la camicia azzurra e il berretto, bello in carne, incastrato in quella specie di scranno da cui distribuiva pacifico i bigliettini. 

Andavamo allo stabilimento "Il Delfino", sottotitolato in sambenedettese "Lu Talafé". Avevamo l'ombrellone e la cabina, arrivavamo e mamma mi diceva: "Aspetta un po' prima di farti il bagno...". Mai capita la ragione di quest'attesa, ma comunque rendeva il bagno più - appunto - atteso. So che oggi è una cosa sconosciuta e incomprensibile ai più. Finalmente arrivava l'ora del bagno, tuffi, giochi con la sabbia, tuffi ancora, e poi si usciva, asciugamano, cambio del costumino, pizzetta bianca e gassosa.

La gassosa era ovviamente la gassosa Roncarolo, prodotta a San Benedetto del Tronto dalla ditta di colui che fu uno dei più rispettati presidenti della Sambenedettese Calcio. Ricordo le bottiglie trasparenti, le prime erano rigate all'esterno, con la scritta impressa sul vetro, poi più avanti divennero lisce. È facile dire che oggi mi sembra di risentirne il sapore. Con la cannuccia d'ordinanza (erano incartate e speravo sempre mi capitasse il colore preferito), era il momento più bello della mattina passata al mare, poco prima di andare a casa per il pranzo.

La gassosa la compravamo al mare, allo stabilimento, costava cinquanta lire credo. Si andava vicino alle cabine dove c'era un frigorifero a pozzetto di quelli alimentati da quelle colonne di ghiaccio che una volta si fabbricavano vicino al porto, quindi non azionati elettricamente. C'era un ombrellone o una specie di tettoia, e lì c'era lui, l'Unglesë.

Questo nome stava scritto in piccolo in un angolo del già citato cartello dello stabilimento: "Da l'Unglesë".

"Da L'Unglèsë" e "Lu Talafé" davano un senso di esotico a tutto, per me bambino. La persona citata merita poi un discorso a parte.

L'Unglesë doveva essere un marinaio in pensione. Per me era alto, non so quanto lo fosse veramente, e la sua figura torreggiava burbera sulla spiaggia. Pantaloncini corti di tipo militare beige scoloritissimi tanto da sembrare un reduce di El Alamein, canottiera di lana scura tutta l'estate (mamma la chiamava "la majë dë la salótë", la maglia della salute... mah), pelle raggrinzita del colore del cuoio, stempiato, la bocca perennemente piegata verso il basso in una smorfia non si capiva se scorbutica o sprezzante o semplicemente perché quella era la piega della sua bocca, e gli occhi coperti da due palpebre così spesse che non si intuiva mai se vegliasse o stesse dormendo. Ma non dormiva.

Girava con un motorino 50 con dei resti di colore rosso, tipo un Guzzino o qualcosa del genere, con una cassetta del pesce di color crema presa al mercato ittico del porto e munita dello stemma comunale rosso e blu, legata con una specie di "ragno", fisso, sempre, una specie di portapacchi artigianale molto diffuso dalle nostre parti.

E poi quel nome...

Non si capiva se era dovuto al fatto che biascicasse qualche parola di inglese, o se tra i mille mari navigati ne avesse visti anche dei colori dell'Union Jack o più semplicemente se parlasse in un modo talmente incomprensibile da sembrare appunto inglese. Io avrei giurato si trattasse della terza ipotesi.

Non ne ho mai saputo il vero nome.

Allora, dopo il bagnetto e tutto il resto andavi da lui con le cinquanta lire in mano, chiedevi una gassosa, lui la tirava fuori dal pozzetto con il ghiaccio a colonna e te la stappava seduta stante con uno stappabottiglie appeso ad uno spago da qualche parte, e poi ti ci schiaffava dentro la cannuccia, e tu pago di tanto piacere andavi via felice. Quasi sempre.

Noi bambini sambenedettesi sapevamo che dovevi limitarti a dirgli il numero delle gazzose che volevi, e lui ti accontentava, togliendoti di mano gli spicci che ti aveva dato mamma, brusco come tutto era brusco in lui. D'altronde si capiva che non era tipo da intavolare conversazioni. 

I problemi nascevano da richieste "originali" o da altri intoppi. 

Quella mattina fu segnata da un piccolissimo intoppo.

Eravamo in fila indiana davanti a lui. Davanti a me c'era una bambina dai capelli scuri, piccolina, partita fiduciosa. Io dietro con il mio soldino. 

La piccola si avvicina e chiede a L'Unglesë nel suo parlare: "... tre gaszòszeee..." (tre gazzose pronunciate con accento di qualsivoglia dialetto italiano di derivazione celtica: lombardo, veneto, "dell'Àlditalië", ossia dell'Alta Italia, eccetera...).

L'Unglesë: "Chë vu'?!?".

La povera bambina prova ad insistere con voce che si fa tremante: "Tre gaszòszeee!".

Io dietro di lei - forse ero più grande di lei, comunque non avevo più di sei anni, ne sono certo - sarei anche intervenuto, ma prudentemente tacqui.

L'Unglèsë insiste col medesimo tono, forse leggermente più perentorio: "Chë vuuuu'?!?".

La poveraccia gli fa, ormai in lacrime: "Tre gaszòseeee!!!".

Lui la riguarda con uno degli occhi normalmente semichiusi che si fa leggermente più aperto, lei a quel punto scappa a gambe levate piangendo verso la mamma. Io dietro: "Una gassosa!!!" con un tono da sergente di giornata, forte e chiaro, e con le cinquanta lire sciolte sulla manina. Gassosa schiaffata nell'altra mano con la cannuccia d'ordinanza e via, evaporo con nonchalance ma leggermente scosso anche io. Però un po' mi viene da ridere, poi.

Sono passati più di cinquanta anni ma ho ancora vivo davanti agli occhi l'episodio e ci rido, ci rido a crepapelle tutte le volte che lo rivedo scorrere nella mia mente immersa nel sole dell'infanzia. Il nostro eroe dei sette mari che era nato e cresciuto ruvido, e sempre ci rimase, né più e né meno di tanti nostri concittadini, per me rappresenta una specie di fumetto, di ritratto dei nostri marinai, abituati più a discutere col mare e col vento e a gridare potenti maledizioni a lu scijò. Razza in via d'estinzione, purtroppo. La bambina chissà dove sarà, forse ancora scappa, poverina. Io sono qui, contento di essere nato e cresciuto in questo porto di mare pieno di sole e di una certa sana ignoranza.

San Benedetto del Tronto
e la sua spiaggia in quegli anni

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Aggiornamento del 22 giugno 2025:

Felice è colui che ama ancora ciò che amava all'asilo: non è stato spezzato in due dal tempo; non sono due uomini, ma uno solo, ed ha salvato non solo la sua anima ma la sua vita.

Gilbert Keith Chesterton, Illustrated London News, 26 Settembre 1908.

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Aggiornamento del 6 dicembre 2025:

Abbiamo maggiori dettagli su L'Unglèsë (o Lu Nglèse):


Aggiornamento del 20 dicembre 2025:

L'Unglèsë (o Lu Nglèse) ha finalmente un'identità precisa (!):

domenica 22 ottobre 2023

Festa del nostro Santo patrono, Cambanò, foto di rito e vrëdëttë.

Lo scorso 13 Ottobre è stata la festa del santo patrono della mia amata città, il martire San Benedetto, centurione romano decapitato a Cupra all'inizio del IV secolo perché cristiano; il suo corpo fu ritrovato da un contadino sulla riva del mare ai piedi della pieve che gli fu poi intitolata, e riconosciuto perché i suoi buoi vi si erano inginocchiati davanti.


Sono andato a fare una visita al Santo per onorarlo e chiedergli aiuto per la mia città e per me ed i miei amici che ci viviamo, perché torni ad essere tutta cristiana, e lì chi ho incontrato? Il mio amico zio Mario in ottima compagnia, cioè sua moglie Laura e le sue graziosissime figliole.

Certamente non ci siamo fatti mancare il gusto di salire in cima al Torrione del XII secolo detto Torre dei Gualtieri, più noto come Lu Cambanò (= il Campanone).

Come vedete non abbiamo mancato l'appuntamento con le foto inutili ma bellissime, che ci dimostrano come siamo nati in un paese, come disse un poeta (o una poetessa?) locale, "affatturatë", cioè di una bellezza che ti strega. Talmente affatturante che di foto"scèmëcënë fattë mëccò",  come si dice da noi., e abbiamo fatto anche il filmato mentre il campanone allo scoccare del quarto, ci ha rintronato a dovere.

Avvolti dalla luce calda di questo tramonto ottobrino abbiamo pure cantato una canzone in onore della nostra Samb, alcune suore ci hanno visto e sentito, e ridevano, e le abbiamo pure aiutate a farsi una foto, e un signore che ci ha visti divertiti ci ha detto che avevamo lo spirito giusto.

Gnënoccë e crescë!

Ci siamo divertiti come pazzi e alla fine non volevamo scendere.

Grazie di cuore, signor Padre Eterno, per averci dato tóttë stu billë vrëdëttë, come si dice da noi: santi, amici cari, torrioni, campanoni, rècchië rëndrënatë, tramonti, bambini, belle cose dall'alto e pë' lu paèsë nustrë!














 #SanBenedettodelTronto #Sammenedettecarebillemi 

martedì 11 aprile 2023

Studio sul dialetto Sambenedettese (tratto dal sito vocidellamiagente.it)

Oggi ho scoperto l'esistenza di questo sito sul dialetto sambenedettese, il mio dialetto, il dialetto di mia madre e di mia nonna. Me ne compiaccio, complimenti agli autori.


Riporto l'inizio di questo studio fatto dal compianto Francesco Palestini, il resto lo troverete nel suo sito, cioè nel collegamento sotto al testo.


Studio sul dialetto Sambenedettese


A cura di Francesco Palestini


Il dialetto sambenedettese, conservatosi integro nel cuore di quel lembo di Pretuzio a nord del Tronto che nel medioevo aveva subito (ove più. ove meno) l’influenza delle parlate ascolana e fermana, è caratterizzato dall’ammutolimento delle vocali di sillaba poco accentata, mira­colo, meràcule; lucertola, lecèrte; morire, meré; Matilde, Metélle. Uguale fenomeno si verifica negli Abruzzi, nel Molise, nella Puglia settentrionale, in Campania ed in Basilicata, mentre invece” i dialetti propriamente defi­niti marchigiani sono caratterizzati principalmente dalla mancanza di vocali indistinte.

La parola si spegne in -e muta e tale terminazione si spinge, pure se contrastata, fino all’Aso, dove è infine bloccata da quelle fermane in -u ed anche in -o. A Montalto, Montedinove, Rotella, Castignano, Maltignano e ad Ascoli stessa, pur prevalendo il fenomeno, si hanno anche finali in -a, -a semimuta, come nella zona abruzzese-molisana-campana-basilisca.

Diffusa la metafonesi per il cambio di genere (bune, bòne; frésche, frèsche; bbille, bbèlle) e anche di numero (bòve, buve;· prète, prite), come comunemente nelle Marche e negli Abruzzi, con esiti peraltro gene­ralmente diversi da paese a paese.

Nelle parole tronche) per il cambio di genere si usa un suffisso femminilizzante prettamente indoeuropeo ( magnò, magnòne ; freché, frechéne).
Dei verbi ausiliari viene adoperato solo l'essere, eccetto che alla terza persona, singolare e plurale, del passato e trapassato prossimo, nella quale si adopera l’avere. Venendo l’ausiliario èsse impiegato per la coniu­gazione attiva, non esiste la forma passiva dei verbi e, al,l’ occasione, le proposizioni vengono ridotte in forma attiva. Il non distinguere l’at­tivo dal passivo non è indoeuropeo. Notevoli pure la terminazione in -tte di alcune persone del passato· remoto (magnètte, decètte, ecc.), da confrontare coi perfetti sannitici, come. prufatted, lat. probavit; quella in -a (sìnda, ‘uàrda) dell’imperativo e la caduta del -re dell’infinito. La terza persona singolare è uguale a quella plurale, per il dissolversi delle consonanti finali della coniugazione latina; il fenomeno è diffuso pres­soché in tutta la regione e anche talvolta in Abruzzo, ma non a Teramo.

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