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lunedì 28 settembre 2026

Canzone degli occhi e del cuore di Claudio Chieffo, in due versioni, proprio oggi.

Cari Amici,

oggi ricorrono cinque anni da quando la mia cara moglie ha lasciato questa vita per l'Altra, per la nostra Vera Patria, allora vi propongo, oltre che di pregare per il suffragio della sua anima, anche questa canzone del mio amico Claudio Chieffo che Federica amava molto. Mai capito il perché, però di se stessa diceva sempre: "un cuore piccolo e meschino come un paese inospitale"...

Ripeto: non l'ho mai capito, e gliel'ho detto tremila volte!!! Adesso continuo a chiederle il perché, ma ironicamente. Le ho sempre detto: ma non è vero! ma che dici? Io non ho incontrato persona più magnanima di lei su questa terra, ma lei insisteva... O forse è meglio dire che è vero: siamo tutti un po' piccoli e meschini fintanto che non incontriamo Gesù, bene, fino in fondo, fino a che non decidiamo di andarGli dietro per sempre senza mai voltarci indietro (ma perché mai voltarsi? mah, l'unico motivo buono sarebbe quello di andare indietro e convincere tutti ad andare dietro a Gesù... e Federica questo lo faceva praticamente sempre).

Va bene, la metto solo e proprio per questo stridente contrasto. 

La metto anche perché mi piace molto, la musica è bella e pure le parole lo sono. C'è la musica e pure il testo, cantatela pure voi. Io ho imparato che le cose a forza di ripeterle le capiamo...

La metto pure perché Federica volle che fosse cantata alla fine della messa del nostro matrimonio, il 17 settembre 1994. Penso che lo abbia fatto per gratitudine, ed è una cosa tanto bella (il nostro Chesterton dice che alla base della felicità c'è la riconoscenza, e rileggendo vecchie nostre carte ho scorto tanta riconoscenza che mi commuove).

Siccome questo matrimonio non è mai finito e mai finirà (dite quello che vi pare, ho le prove e ve le porterò...), qui continuo io a cantare questa canzone (con qualche stonatura ma va bene lo stesso): lei ha visto tutto, e sicuro ha bello che capito che, semmai lo avesse avuto questo famoso cuore piccolo e meschino (cosa della quale seguito testardamente a dubitare), prima o poi tutto si compie se già non s'è compiuto... È questa la Grande Speranza. che desidero raggiunga tutti.

L'altra Grande Speranza che voglio strillare è che si può vivere su questa terra un amore bello e puro, come un mattino di sole dopo la pioggia e come il cielo della mia città che ha lo stesso colore degli occhi di Federica. Solo una cosa del genere è per noi. 

Propongo due versioni: quella cantata da Gioele Dix, coinvolto nel bel disco Chieffo - Charity Tribute messo insieme da Benedetto Chieffo (di cui sono amico) e cantato o suonato da artisti bravi, e quella classica di Claudio cantata da lui. A me piacciono entrambe.

Tutto questo per dare speranza e per dire che non c'è cuore piccolo e meschino che non ceda davanti a Gesù, basta che si apra di un tanto così, e poi questo cuore fa cose che non ti puoi immaginare, e io di queste cose che non t'immagini sono felice e grato testimone.

La mia sempre giovane moglie, dolce come il mattino.






Canzone degli occhi e del cuore

Parole e musica di Claudio Chieffo 
marzo 1980 
a Pigi Bernareggi


Anche se un giorno, amico mio, dimenticassi le parole, 
dimenticassi il posto e l'ora o s'era notte o c'era il sole, 
non potrò mai dimenticare cosa dicevano i tuoi occhi. 

E così volando volando anche un piccolo cuore se ne andava, 
attraversando il cielo verso il Grande Cuore, 
un cuore piccolo e meschino come un paese inospitale 
volava dritto in alto verso il suo destino... 
E non riuscirono a fermarlo neanche i bilanci della vita, 
quegli inventari fatti sempre senza amore. 

Così parlavo in fretta io per non lasciare indietro niente, 
per non lasciare indietro il male e i meccanismi della mente 
e mi dicevano i tuoi occhi ch'ero già stato perdonato... 

E così volando volando anche un piccolo cuore se ne andava, 
attraversando il cielo verso il Grande Cuore, 
un cuore piccolo e meschino come un paese inospitale 
volava dritto in alto verso il suo destino... 
E non riuscirono a fermarlo neanche i bilanci della vita, 
quegli inventari fatti sempre senza amore. 

E adesso torna da chi sai, da chi divide con te tutto, 
abbraccia forte i figli tuoi e non nascondere il tuo volto, 
perché dagli occhi si capisce quando la vita ricomincia. 

E così volando volando anche un piccolo cuore se ne andava, 
attraversando il cielo verso il Grande Cuore, 
un cuore piccolo e meschino come un paese inospitale 
volava dritto in alto verso il suo destino... 
Lalalalalalalalalalalalalalalalalalalalalalalalalalalalala

sabato 29 agosto 2026

«Il Foltroneeeee...!» - Cronaca d'un ascensione in montagna di fine agosto.

Oggi siamo andati sul Monte Foltrone o, come forse è più noto, sulla Montagna di Campli. Sono andato con il mio vecchio amico istruttore di sci alpinismo (ne parlo anche qui) e con un nuovo simpatico amico. 

Abbiamo lasciato la macchina a Guazzano, quota 787 m, sul versante orientale della montagna. È una montagna che conosco da tutta la vita, l'ho sempre guardata da lontano ma non c’ero mai salito sopra. Anzi, dico di più: la vedo centinaia di volte al mese, girando le nostre contrade ed in particolare andando verso Ascoli per il mio mestiere. Fa parte del gruppo dei cosiddetti Monti Gemelli, assieme alla Montagna dei Fiori. È il monte che dei due è situato più a sud. Ripeto, non c’ero mai andato e per strada ho pensato che sarebbe stata una passeggiata piuttosto facile, visti i poco più che 1.700 m. (per la precisione 1.718). Mi sentivo forte dopo aver fatto i 3.154 m. del Piz Boè sul gruppo del Sella qualche settimana fa, con dislivelli tonanti costellati di tornanti, ma era un’illusione. Il dislivello è di quasi 1000 m e comunque non è poco, non illudetevi. 

Siamo partiti alle 7:55, sostenuti da un venticello che man mano che si saliva si faceva più forte e più piacevole, per cui all'andata non abbiamo sofferto il caldo. Anzi, la presenza del vento ci dava l’idea che le nuvole sarebbero scomparse, cosa che è successa solo in parte, come si può vedere dalle foto. 



La catena in fondo, verso sud,
è il gruppo del Gran Sasso d'Italia.


C'è ma non si vede, in fondo è il Mare Adriatico.
Sotto, le campagne di Campli e di Civitella del Tronto.


Abbiamo attraversato un bosco che alla sua base è composto di frassini e faggi, e man mano che si sale i faggi prendono il sopravvento diventando sempre più alti e belli. 


Una ceppaia di faggi.

Guardate che spettacolo...

Un maestoso frassino.

Verso quota 1.340 si lascia il bosco e ci si scopre. Si inizia a vedere il bellissimo panorama, purtroppo però oggi la foschia, data dalla presenza dell’umidità portata dall’anticiclone africano, ci ha dato modo di vedere meno di quello che speravamo. Abbiamo visto il Gran Sasso lì vicino, avvolto dalla medesima aria fosca. Salendo di altri 200 m circa abbiamo pensato di scegliere la via “dritta per dritta” che conduce sulla cima. Va detto che c’è un sentiero alternativo molto bello e molto ampio che costeggia dei bellissimi dirupi da cui si vedono il piccolo paese di Macchia da Sole, la Montagna dei Fiori, alberi bellissimi, la valle del Salinello ed in lontananza le Marche.

Tutto questo si vede al ritorno.

Dal versante ovest.

Da nord-ovest.

Direzione sud-ovest.


Scelto il “dritto per dritto” poi dopo ti ricordi che hai sessantun anni, che il fiato si fa camminando soprattutto in salita, che quest’anno di salite non ne hai fatte tantissime però la bontà e la simpatia dei tuoi amici ti aiutano a prendere con un'altra filosofia la faccenda e ad affrontare una salita che tutto sommato è una serie di gradini, nemmeno tanto irregolari, circondati da erba, non un incerto e scivoloso ghiaione. In fondo sono gli ultimi 218 metri e la montagna ti dà pure l'illusione che stai a una schioppettata dalla mèta, ma la schioppettata è la faticaccia che fai... Il problema è solo il fiato che devi rompere per la seconda volta.

Per la cronaca, qui debbo spiegare il motivo del titolo: il mio amico istruttore di sci alpinismo è arrivato per primo sulla vetta e ci ha nettamente bruciati, tanto da tornare indietro per vedere soprattutto come ero messo io, e lo ha fatto scendendo e canticchiando questo motivetto creato da lui per l'occasione: “Il Foltroneeeee…”. Mentre scendeva gli ho detto: ma che t’è preso? sei impazzito? riscendere di corsa? perché? E lì ho scoperto che si era fatto scrupolo per me… Come non voler bene a gente del genere? L'altro compagno d'avventura all'inizio della costa per arrivare alla cima s'era sparato un rassicurante panino con il pecorino...

Ad un certo punto volenti o nolenti si arriva in cima e lì, ragazzi, il vento era davvero forte. Per qualche momento ho pensato anche di volare… non scherzo.

Stringo le labbra come mia madre quando faccio
qualcosa di serio e impegnativo (cambiare le marce
dure della Vespa, ad esempio): qui era cercare di non
 volare via... ragazzi, gli dava, quel vento...

Abbiamo fatto una brevissima sosta per rifocillarci e poi abbiamo proseguito verso il punto di partenza ma facendo una specie di anello che è quel sentiero che è consigliatissimo quando si scende, perché si gode veramente una bella vista. Dalla cima devo dire che si vedeva il paese di Campli, la frazione di Campo Valano, si intravedeva Teramo e poi anche Civitella del Tronto e in lontananza la costa del Mare Adriatico. Peccato quella foschia. Però è stato bellissimo. Fatto questa specie di anello si arriva alla Fonte della. Iaccera, e si prosegue riscendendo verso il bosco. Il mio amico continuava a cantare: “il Foltroneeee…”… ma a parte questo, dopo è tutto facile, eccettuato il fatto che si sente il peso dell’ascensione sulle gambe, soprattutto degli ultimi 200 e passa metri “dritti per dritti”.

Siamo arrivati alla macchina all’incirca alle 12:40, dunque ci abbiamo messo circa quattro ore e quarantacinque minuti. Ringrazio i miei compagni di avventura, che sono stati molto pazienti con me. Ringrazio ancor di più il Padre Eterno, che è un gran Signore, anzi, il più grande, per avermi dato modo di salire, sedere (invero non più di cinque minuti…) e mirare (per tutte le quattro ore e quarantacinque minuti) tante belle cose che ha fatto Lui.

La vita è fatta di questo e raccontarlo mi mette gioia.

Questo è per i "fissi"...




domenica 28 dicembre 2025

Dizionario della mia lingua, il sambenedettese - 9 -- Aggiornamenti su lu "rëbbëvéssë"



Ci sono delle novità interessanti a proposito di questo post [Dizionario della mia lingua, il sambenedettese - 5 | Rëbbëvéssë (e mo vi ci voglio)] in cui amabilmente sfidavo chiunque l'avesse letto a dare un'ipotesi di etomologia su questo mugghiante verbo sambenedettese. Il precedente li leggete nel collegamento qui sopra, qui di seguito ho reso pubblico il commento (altrimenti chissà chi l'avrebbe letto?) del mio caro amico Antonio Angellotti, studioso e docente in terra d'Austria ma nato e cresciuto nella Riviera delle Palme. Sono aperti i commenti, le discussioni e altro ancora. Ringrazio Antonio per averci perso tempo.

_______

Caro Marco,


ho ricevuto il link da Peppe, un post del dicembre 2022, che ha per oggetto la parola "rebbevesse".

Ho letto anche il commento del tuo collega di Ascoli, che ha portato l'esempio delle piante di basilico, che erano rinsecchite e, dopo essere state annaffiate, hanno ripreso vita.

Io ti faccio notare che il vocabolo "rebbevesse" non viene dal verbo "bere", ma deriva dal verbo "vivere", per questo uso come risposta il tuo post del luglio 2025: omnis, qui mortuus fuerit, vivet! = ognuno, che non fosse più in vita, vivrà!

Funziona così: il verbo latino " vivere", come tu saprai, non ha il cosiddetto participio passato passivo; la forma "vivitum" nel latino classico non è mai esistita; però nel tardo latino, o forse nel latino medievale, questo vocabolo è stato forzatamente coniato ed usato, specialmente la forma rafforzata "re-vivitum" (che significherebbe "rivissuto").

Ora a causa della non conoscenza dell'accentazione latina, legge della penultima sillaba, gli uomini di chiesa del medioevo hanno sicuramente pronunciato la parola sulla terz'ultima sillaba, che suona: re- vivi' to!

Ecco, da "re-vivi' to" il passaggio a "ri-bbevito" è breve: dissimilazione della "v", cioè la prima v diventa "b" e viene marcatamente rafforzata!

Hai capito? Così è nata l'espressione "a 'ssa re-bbevi' to" , cioè è risuscitato, è tornato in vita.

Se il vocabolo venisse dal verbo bere, dovremmo avere "ri-bbevuto" e non "re-bbevito", non ti pare? 

Grazie per la tua attenzione. la prossima Volta, se vuoi, ti spiego l'etimologia della desinenza "-esse" in " rebbevèsse".

Arrivederci.

Antonio

Basilico decisamente "ribbevito"...


Intelligent and Smart Pictures

lunedì 15 settembre 2025

Il 13 settembre 2025 sono tornato sul Vettore ma sulla Cima del Lago.

Sono tornato dopo due anni sul Vettore (della precedente ascensione ho già detto in questo post), ma con la digressione verso la Punta (o Cima) di Prato Pulito e la Cima del Lago, visto che non c'ero mai stato prima.

Mi ha invitato ad andare un amico esperto e mi sono divertito molto. Il tempo ci ha assistito perché, come si vede dalle foto, era pulito (un po' di foschia e nubi verso est). La temperatura era ottima (alla partenza da Forca di Presta 15° C), senza vento se non in qualche momento tra il Bivacco Zilioli e la Cima del Lago. Quasi sempre in maglietta, i primi passi con la camicia.

Alla partenza eravamo soli, dopo un po' qualcuno ci ha raggiunto e allo Zilioli c'erano quattro o cinque persone, più un piccolo gruppo di gitanti che probabilmente aveva passato la notte lì. In discesa abbiamo incontrato tante persone.

Non mi soffermo a descrivere il tratto Forca di Presta - Bivacco Zilioli, chi vuole lo trova nel post già richiamato. A tal proposito posso solo aggiungere che quest'anno avevo fatto più fiato e quindi ho fatto meno fatica. Allo Zilioli siamo arrivati attorno alle 9.18, quindi, essendo partiti alle 7.35 circa, abbiamo impiegato circa 1 e 43 minuti.

Ma ora racconto un po' la nuova esperienza. Dallo Zilioli si va verso sinistra (ovest) su di un sentiero inizialmente tracciato e ben visibile, ma che successivamente, dopo poche centinaia di metri, si perde tra le rocce frantumate dagli agenti atmosferici del versante sud un po' al di sotto della cresta che porta alla Punta di Prato Pulito, che si trova a 2.372 metri di altitudine. Non è un problema dal punto di vista dell'orientamento perché la mèta è visibile a chi c'è stato ed intuibile per chi vi si reca per la prima volta (in realtà si vede bene dallo Zilioli, poi la cresta copre un po' la mèta, cammin facendo), però è un tratto abbastanza ripido ed incerto quanto alla stabilità. Dopo un po' si raggiunge la cresta che è una lama che man mano si allarga fino alla Punta, da cui si apre il panorama verso le Piane di Castelluccio ad ovest e verso la cima del Vettore ad est.

Proseguendo si arriva alla Cima del Lago da cui, come suggerito dal nome, si apre la vista sul Lago di Pilato, quest'anno ancora "vivo" nonostante i menagramo sostenitori del cambiamento climatico che lo volevano secco già a metà luglio. Invece - come si vede - c'è ancora. Le nevi non sono state abbondanti quest'anno, anche se c'è stato un loro ritorno tra la fine di marzo ed i primissimi giorni di aprile. Però il mio amico lago c'è! Ho anni e memoria sufficienti per dire che abbiamo avuto annate peggiori e migliori da qui a quarantacinque anni fa, quando lo vidi la prima volta. Il resto sono teorie più giovani ed incerte di chi incautamente (e con forza degna di miglior causa) le proclama. Ho anche qualche perplessità circa l'effetto che alcuni ricercatori sostengono abbia esercitato il terremoto del 2016, credo sia piuttosto difficile accertarlo con sicurezza, ma questa è una mia idea di uomo della strada che cerca di ragionare coi dati e le evidenze che ha.

Dalla Cima del Lago, guardando ad ovest, si sovrasta lo Scoglio dell'Aquila, e si apre ancor meglio il panorama su Castelluccio e tutto il resto. Puntando a nord - est ci sono le mete successive, ossia la Cima del Redentore e il Pizzo del Diavolo. Non abbiamo proseguito volendo tornare a casa per pranzo. 

La Cima del Lago si trova a 2.422 metri di altitudine, cioè cinquantaquattro metri sotto la cima del Vettore.

Siamo ripartiti dopo una brevissima sosta di pochi minuti, il tempo di qualche foto, e siamo arrivati a Forca di Presta alle 11.55, tempo totale di percorrenza 4 ore e 20 minuti circa incluse le brevi soste, le foto e le mie cavolate. Tra la Punta di Prato Pulito e lo Zilioli occorre fare ancor più attenzione che nella salita se non si vuole saggiare la roccia con il proprio muso (parlo per quelli come me, i bravi non devono neppure leggere questa cronaca, si farebbero delle idee sbagliate).

Sulla via del ritorno abbiamo visto molte stelle alpine, mie nuove amiche, fiori pelosetti e belli.

Sono stato molto contento perché ho potuto rivedere il Lago (non i Laghi, non si può riscrivere la geografia, già la storia e la cronaca sono ampiamente riviste da occhi malaccorti in mala fede), perché ho fatto una passeggiata in parte nuova, perché c'era il sole e tutto splendeva e il cielo sembrava di lapislazzuli, perché c'era la luna, perché sono stato con un amico e di tutto sono molto grato al Padre Eterno che, senza che io facessi nulla per meritarmelo, mi ha fatto tanti regali.

Ore 7.40 -- ecco come si
presentano le Piane
di Castelluccio.

Ore 8.30 circa -- la faglia e lo Scoglio dell'Aquila.


Ore 8.30 -- ecco il panorama visibile
a sud dallo stesso punto: i Monti della
Laga e le frazioni di Arquata del
Tronto ai loro piedi, il Gran Sasso.

Ore 9.25 -- ripartiti dal Rifugio Zilioli
ecco il panorama ad ovest, già
avviatici per il sentiero verso
la Cima di Prato Pulito.
In fondo il Terminillo.

Ore 9.25 -- dritto il sentiero che si
avvia verso la cresta che conduce
alla Cima di Prato Pulito.

Ore 9.44 -- in compagnia della luna
e di questo splendido cielo di
lapislazzuli.

Ore 9.44 -- mi giro ed ecco la cima
del Monte Vettore ad est.

Ore 9.50 -- la Punta (o Cima) di Prato Pulito.

Ore 9.50 -- ad ovest le Piane di Castelluccio
non ancora libere dalla nebbia.

Ore 10.00 circa -- dalla Cima del Lago
il mio vecchio amico, il Lago di Pilato!

Ore 10.00 circa -- la Cima del Redentore
e il Pizzo del Diavolo.


Ore 10.24 -- sulla via del ritorno
ecco delle nuove amiche, le stelle alpine!

martedì 10 giugno 2025

Sarò contento di incontrare tutti i miei più cari "personaggi"...

Ma almeno questo è parte di ciò che Dickens intendeva dire: che il cameratismo e la gioia seria non sono intermezzi nel nostro viaggio, ma che piuttosto i nostri viaggi sono intermezzi di amicizia e gioia, che grazie a Dio dureranno per sempre. La locanda non indica la strada, ma la strada indica la locanda. E tutte le strade puntano infine a una locanda finale, dove incontreremo Dickens e tutti i suoi personaggi; e quando berremo di nuovo sarà dai grandi boccali della taverna alla fine del mondo.

Gilbert Keith Chesterton, Charles Dickens.

domenica 15 settembre 2024

Frammenti della mia filosofia - 58 - Chesterton e mia mamma, la permanente anticipazione della sorpresa.

Chesterton nella sua Autobiografia parla della

permanente anticipazione della sorpresa.

Ne parla a proposito di suo padre, che vi aveva educato lui e suo fratello Cecil; ebbene, anche io ci credo. 

Mamma, quando ero piccolo, sapevo che mi avrebbe fatto qualche piccola sorpresa: un giocattolino di poco valore (ricordo che un periodo mi riportava dal mercato degli elicotterini di plastica piccolissimi, del valore di cento - duecento lire a confezione), un gelato, o che avrebbe provveduto a me in qualche modo inaspettato.

La sorpresa era attesa ma non sapevi se e cosa sarebbe accaduto, e questo rendeva bello tutto.


Non erano così, erano ancora più semplici,
però un po' li ricordano...

Ecco, io ci sono cresciuto e ci credo ancora.

_________

Aggiornamento del 22 giugno 2025:

Felice è colui che ama ancora ciò che amava all'asilo: non è stato spezzato in due dal tempo; non sono due uomini, ma uno solo, ed ha salvato non solo la sua anima ma la sua vita.

Gilbert Keith Chesterton, Illustrated London News, 26 Settembre 1908.

domenica 28 luglio 2024

Un dono graditissimo ed inaspettato dei miei cari amici Clare e Stuart McCullough.

Immagine

We reached Chestertons Grave and left some flowers for Gilbert, Francis and also Dorothy Collins. We also placed some flowers to remember Federica Sermarini, a tradition we adopted before her death. #GKCWalk2024

https://x.com/TheMarianWay/status/1817298193438179361

lunedì 8 luglio 2024

In morte di Federica, gran pescatrice di anime.

È un bell'articolo scritto da un caro amico intelligente, qualora mai si perdesse ho preferito riprodurlo nel mio blog.

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Quante cose ha fatto nella sua vita, assieme al marito Marco. Tutte all'insegna di una fede solida, feconda e aperta all'incontro con l'altro.

Federica Graci Piermarini con la sua famiglia
Federica Graci Sermarini con la sua famiglia

Non riesco a immaginare la Compagnia dei Tipi loschi di San Benedetto del Tronto, la scuola parentale G.K. Chesterton, la cooperativa sociale Capitani Coraggiosi, la Polisportiva Gagliarda, la cooperativa Hobbit, il Centro educativo La Contea senza Federica Graci. Federica e Marco Sermarini sono stati la rappresentazione in carne ed ossa di che cosa sia la fecondità promessa dalla grazia sacramentale del matrimonio cristiano.

Siete matti, ce la farete

All’inizio c’è l’esitazione, la paura di non farcela. Federica, “turris eburnea” conquistata da Marco dopo un lungo corteggiamento, non voleva figli perché aveva paura del parto. Ha generato cinque figli a questo mondo e quattro in Cielo. Dopo che è nato Pier Giorgio, il primogenito la cui gestazione è stata accompagnata da infinite preghiere al Beato Frassati, la vita si è manifestata prorompente come un fiume in piena che non distrugge ma fertilizza lì dove passa. Dalla compagnia iniziale, che proseguiva l’originaria esperienza scout in termini non adulterati, raccomandata e benedetta dal vescovo, sono nati un doposcuola, poi le cooperative sociali, la società sportiva, la scuola parentale – l’azzardo, la follia che fece dire al loro amico Franco Nembrini(quello delle letture e dei libri su Dante) «voi siete matti, perciò riuscirete» – la collina di Santa Lucia prospiciente l’Adriatico trasformata in un centro educativo e conviviale che non poteva non chiamarsi La Contea.

Sono nati anche tanti figli, fratelli e sorelle nello spirito. Prova ne è il fatto che oggi che Federica è morta dicono: «Ho perso per la seconda volta mia madre», oppure: «ho perso una sorella». Quando aveva 20 anni, Federica pregava con le parole di san Giovanni Bosco: «Toglimi tutto, ma dammi le anime». Preghiera esaudita.

Una compagnia frassatiana-chestertoniana

Non sono in nessun modo l’avvocato dell’intellettuale e giornalista americano cristiano ortodosso Rod Dreher, ma per onestà intellettuale mi sono ritrovato a difenderlo persino davanti a un cardinale (di cui non dico il nome) dall’accusa di aver idealizzato nel suo libro L’Opzione san Benedetto un cristianesimo dei puri che si separano e si autosegregano dal mondo.

Non è così, ho precisato infinite volte, perché nel libro si fa qualche esempio concreto dello stile di vita cristiana che l’autore propone, e per quanto riguarda l’Italia l’esempio è proprio quello della frassatiana-chestertoniana Compagnia dei Tipi Loschi di san Benedetto del Tronto, da cui sono nate opere e una rete di rapporti umani assolutamente evangeliche. Tutto il contrario di una setta ripiegata su se stessa o di un’elitaria esperienza eremitica.

Il diavolo ha paura di chi ride

Bisogna saper uscire dagli schemi mentali di ogni tipo. Nella mentalità dominante, anche in ambienti ecclesiali, un soggetto che promuove una scuola parentale, ama e frequenta la Messa in rito antico celebrata dai monaci benedettini di Norcia (ma anche tutte le altre Messe) e dove un malato grave come Federica nelle ultime settimane offre le sue sofferenze per la guarigione niente meno che del cardinale Raymond Burke, proietta un’immagine arcigna, rigida, chiusa. E invece no, le cose stanno proprio all’opposto.

Le pecore bergogliane con quel loro odore, i poveracci, la gente comune, i piccoli, i timidi, i semplici, gli stranieri li trovate alla Contea, nelle aule della scuola parentale, al lavoro nelle cooperative sociali, a giocare con gli altri ragazzini nei centri estivi la cui gestione i comuni del comprensorio appaltano a loro (che strani questi cristiani chiusi nel loro rifugio: con una cooperativa gestiscono tre doposcuola con circa 120 tra bambini e ragazzi, cinque circolini con altri 185 tra bambini e ragazzi, sette centri estivi e un servizio di assistenza domiciliare, in una realtà piccola come San Benedetto del Tronto). E soprattutto trovate l’allegria, la letizia, l’ascolto, la gratitudine che in tutto vede un dono, l’arguzia nei giudizi sul mondo contemporaneo che sono il contrassegno della spiritualità di Pier Giorgio Frassati, di Gilbert Keith Chesterton, di san Giovanni Bosco. Diceva quest’ultimo: «Il diavolo ha paura della gente che ride». Esatto. E il beato Frassati: «Tu mi domandi se sono allegro; e come non potrei esserlo? finché la Fede mi darà forza, sempre allegro! Ogni cattolico non può non essere allegro: la tristezza dev’essere bandita dagli animi cattolici».

Una ecologia integrale

Alcuni hanno fatto fatica ad accettare la scelta di Federica e Marco di curare la malattia di lei sul posto, senza allontanarsi da San Benedetto per trovare altrove strutture più qualificate. Io me l’aspettavo, per quel poco che ho capito del loro rapporto con la vita e col creato. Non si può vivere e non si può morire lontano dagli affetti; non si sradica una pianta per curarla. Il luogo dove si nasce, si cresce, si mettono al mondo figli nella carne e nello spirito, si apre una scuola, ci si inginocchia a pregare, si compra un’intera collina nello spirito dei “tre acri e una vacca” del distributismo di Hilaire Belloc, è l’unico luogo al mondo dove si può vivere e morire, curare la vita e abbracciare la sua fine.

La Contea non è una romanticheria adolescenziale, l’orticoltura, il parco tutto composto di piante locali, l’allevamento degli asini e delle api, i laboratori di educazione ambientale con i bambini (finanziati anche con l’8 per mille della Chiesa Valdese! Della serie: i cattolici delle Messe in latino ripiegati su se stessi…) non sono fissazioni ecologiste. Sono l’ecologia integrale dell’uomo che ha i piedi piantati sul terreno con la stessa forza delle radici della quercia e la testa innalzata fra le stelle del Cielo di Dio.

Sempre presente

Non riesco a immaginare tutto questo senza Federica. E infatti continuerà a esserci. Fra i banchi che ospitano i 90 iscritti della scuola parentale cresciuta fino a diventare una combinazione di medie inferiori, liceo scientifico e istituto professionale, come nei momenti di festa e nelle occasioni di convivialità sul colle di Santa Lucia, continuerà ad essere presente.

A me che vivo a 500 chilometri da quei luoghi basterà prendere in mano il quadernone ad anelli con l’intestazione della Scuola libera G.K. Chesterton che mi donò due anni fa quando partecipammo a un pellegrinaggio in Terra Santa, per avvertire la di lei presenza. Nel frattempo è diventato il manoscritto di Una storia popolare, il libro intervista sulla vita di Roberto Formigoni che ho fatto in tempo a regalarle nel luglio scorso. Mentre stava per compiersi la tua preghiera, Federica: «Toglimi tutto, ma dammi le anime».