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sabato 6 giugno 2026

Il DNA non è acqua, anche se grazie a Dio non dice l'ultima parola su tutto (però la penultima sempre).



Mio padre, il Grande Gino, quando facevi qualcosa che lo contrariava e destava la sua insofferenza che dormiva appena sotto l'epidermide, ti apostrofava così come segue:

Che cacchio di pesce sei???

L'insofferenza segue inesorabilmente a passetto tutta la razza che si ritrova anche una sola goccia di sangue Sermarini nelle vene, tanto da rendersi immediatamente riconoscibile senza nemmeno doversi presentare. È contagiosa (dopo un po' chi ci sta vicino assorbe involontariamente la medesima insofferenza, non so perché), si manifesta soprattutto verso rumori inconsulti, inutili, soprattutto quelli fatti con il corpo per incapacità di contenersi (risucchi, rumori con le dita, ossa che suonano, masticazione rumorosa, urla gratuite nonostante si stia a venticinque centimetri di distanza, l'elenco è lunghissimo, forse un giorno lo farò ma dovrò essere stabilmente in pensione); idem verso atteggiamenti finti, affettati, furbeschi, politicamente corretti, birbi, "carta vince - carta perde"...

La faccenda è lunga e ci tornerò, forse.



domenica 7 dicembre 2025

Un aggiornamento su questo vecchio post, la storia delle tre gassose...

il 19 novembre 2023, cioè poco più di due anni fa, scrissi nel post Tre gassose:

Estate, forse dell'anno 1970, massimo 1971. San Benedetto del Tronto, la mia bella città, in estate è splendida e sempre piena di sole. Giugno, luglio, agosto, ho solo ricordi di giornate inondate di sole e di luce che accende i colori, mare azzurro, sabbia calda, palettina e secchiello.

Il rituale era semplice: partivamo da casa a piedi, da via Carducci 29, e raggiungevamo la stazione ferroviaria, non troppo distante. Lì prendevamo il bus urbano...

e più avanti dicevo:

La gassosa la compravamo al mare, allo stabilimento, costava cinquanta lire credo. Si andava vicino alle cabine dove c'era un frigorifero a pozzetto di quelli alimentati da quelle colonne di ghiaccio che una volta si fabbricavano vicino al porto, quindi non azionati elettricamente. C'era un ombrellone o una specie di tettoia, e lì c'era lui, l'Unglesë.
Questo nome stava scritto in piccolo in un angolo del già citato cartello dello stabilimento: "Da l'Unglesë".

Ebbene, ieri, sabato 6 dicembre, chiacchierando coi miei due amici Giovanni e Massimo mi è tornato alla mente il nome del mitico L'Unglesë, cioè Domenico, e loro me l'hanno confermato perché anche loro da ragazzi (siamo più o meno coetanei) frequentavano lo stesso stabilimento. Mi hanno detto anche che L'Unglesë era il nonno di un loro amico che poi rilevò lo stabilimento in anni successivi (ora quello stabilimento non esiste più, ha lasciato il suo spazio ad uno stabilimento con ristorante pizzeria che occupa due concessioni balneari). Mi hanno promesso che avrebbero chiesto notizie più accurate del nostro eroe. Appena ne avrò l'occasione ve ne darò notizia. Chissà, forse scopriremo anche l'origine del pittoresco soprannome...

Il resto della storia è sempre qui sotto:

https://marcosermarini.blogspot.com/2023/11/tre-gassose.html





domenica 27 ottobre 2024

Frammenti della mia filosofia - 60 - Chesterton, coffee room e mooreeffoc...

Le lettere dell’iscrizione sono quelle banali che formano le parole COFFEE ROOM; attraverso la mente dell’artista esse, pur restando identiche, compongono le parole MOOR EEFFOC, parole misteriose e temibili, simili a quelle che una mano soprannaturale scrisse sulle mura del Re. Sostituite ambienti, persone, fatti comuni a tutti noi; guardateli attraverso il vetro della fantasia di Dickens e otterrete delle creature, dei luoghi in tutto simili, se presi uno per uno, a quelli che conosciamo… ma che avranno acquistato un senso o di sovrumano buonumore o di tremenda inquietudine.

G.K. Chesterton, Charles Dickens.





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