venerdì 23 gennaio 2026

Aurora e speranza.

Mia mamma mi ha sempre detto che, mentre io nascevo, di lontano all'orizzonte si vedeva l'aurora, e che lei l'intravide dalle finestre della clinica dove partorì, nella nostra città.

La faccenda si svolse a luglio di tanti anni fa nella Clinica Stella Maris. Non ho mai saputo l'ora precisa della mia nascita, mamma raccontava questa cosa; basterebbe andare all'anagrafe e vedere il certificato di nascita, ma sto alla parola dei miei maggiori, come disse il mio Chesterton ("Piegandomi con cieca credulità, come son solito fare, alla mera autorità e alla tradizione dei miei maggiori, ingoiando superstiziosamente una storia che non mi fu possibile controllare a suo tempo con l'esperienza personale, io sono d'opinione fermissima di essere nato il 29 Maggio 1874 a Campden Hill, Kensington..."). L'idea di essere "sorto" col sole mi ha sempre divertito, e devo dire che di sole è piena la mia infanzia, per lo meno per me l'infanzia è sole e luce chiara del giorno, un po' come dice il mio amico Chesterton

L'aurora l'ho vista altre volte (di quella volta francamente non riesco a ricordarmi...), ma non ci ho dato mai peso, fino ad un certo momento. Mi alzo presto per necessità, e quando capita di dover anticipare il sorgere del sole non ho tempo a sufficienza per guardare. Negli ultimi anni ho visto davvero molte aurore per motivi di lavoro, ma si sa che quando si viaggia si pensa alla mèta e a quel che si dovrà fare a destinazione. Talvolta parto col cuore greve delle ragioni da far valere, che ripeto a me stesso; allora nel mio caso il piacere è quasi sempre nel ritorno, dopo la battaglia, quando non si ha più il pensiero dell'opera da compiere, del dover arrivare possibilmente in tempo, sani e salvi (tutte cose di cui, a ben vedere, non v'è mai certezza). Ho visto anche delle aurore boreali, di ritorno dagli Stati Uniti, ma confesso che non hanno su di me una gran presa. Amo molto di più quell'aria leggera e rarefatta del mattino che fa capolino dalla mia finestra.

Di recente s'è ripresentata, l'aurora, in occasione d'un evento doloroso della mia vita, la morte di mio padre.

Gino se n'è andato all'una di notte, dopo un piccolo rumore che avrebbe dovuto farmi pensare al saluto che ci stava dando. Non gli diedi peso perché negli ultimi anni le sue notti erano state sempre un po' irrequiete, come per certi bambini sensibili. Sentii arrivare, immediatamente dopo, il mio amico Giorgetto che aveva le chiavi di casa e che avrebbe dovuto fare un'iniezione al grande Gino, ma subito venne vicino al mio letto per dirmi che Gino era "partito" (come avrà pensato in quel momento Ginetto medesimo -- usava sempre questa espressione tutta sua. Una volta, al Rustichello, il suo ristorante preferito, parlando di un conoscente morto di recente, disse a mia suocera che costui "era partito". Mia suocera, che non aveva colto la metafora, invero ignota ai più, disse: "Mi non vado più da nessuna parte...". Che ridere!).

Si era spenta lentamente, la roccia, perché Gino era una vera roccia, ma vulcanica, e ad entrare in casa ora a distanza di anni se ne sente ancora il calore. La mattina aveva ancora salutato il piccolo Nicola, con una carezza e una paroletta affettuosa. Lentamente nel corso della giornata si è avvicinato alla mèta, quasi preparandovisi. Gli siamo stati vicini, dal tardo pomeriggio sono rimasto io con lui. Nel cuore della notte ci ha salutato, e nel cuore della notte ho iniziato a fare il necessario di un momento simile: avverto mio fratello e i nostri figli, l'impresa di pompe funebri, raccolgo le piccole cose di cui è fatta la nostra vita con Gino e la vita di Gino con noi. Che strana atmosfera di calma! Capisci che non c'è più affanno, c'è la pace. Ho questa pace anche perché so che Gino è andato in grazia di Dio, coi sacramenti, ancora lucido, nella piccola modesta ma luminosa gloria del quotidiano di un cristiano comune. Rispondo a domande, aiuto, do indicazioni, vado a scegliere la cassa, i signori lo lavano e lo vestono, sistemiamo tutto, in primis la sala dove riceverà il saluto dei tanti amici che gli vogliono bene, quella sala di cui è tanto orgoglioso, dove accoglieva come un signore nel suo castello i suoi amici, e soprattutto i piccoli, i bambini. I signori delle pompe funebri vanno via, rimango con Gino in sala, gli parlo un po' (sì, gli parlo), non guardo l'orologio ma mi giro verso est, dov'e il mare nostrum, e indovino con piacere il chiarore del mattino. D'un tratto come un lampo mi tornano in mente le parole di mamma ("quando nascevi si cominciava a vedere la luce del giorno..."). Capisco che l'aurora è così. Riesco a mettere insieme tutti i pezzi solo oggi: l'aurora a Stella Maris, la Stella del Mare, mamma contenta d'avermi fatto grazie a Dio, Gino che se ne va di notte e che all'aurora saluto nella pace, il 19 giugno 2022. Non so che nesso c'è tra tutte queste cose ma intuisco che la luce che emerge da queste storie che si distendono l'una vicina all'altra e l'una sopra all'altra, come fogli di carta leggeri e ben scritti a caratteri nitidi, è la luce della speranza.


A San Benedetto del Tronto la luce del tramonto
sembra voler occupare anche lo spazio che 
legittimamente rivendica l'aurora..
.


giovedì 1 gennaio 2026

Frammenti della mia filosofia - 90 - Guareschi, tra bestie ci si capisce sempre.



Era oramai Natale e bisognava tirar fuori d’urgenza dalla casetta le statuette del Presepe, ripulirle, ritoccarle col colore, riparare le ammaccature. Ed era già tardi, ma don Camillo stava ancora lavorando in canonica. Sentì bussare alla finestra e, poco dopo, andò ad aprire perché si trattava di Peppone.

Peppone si sedette mentre don Camillo riprendeva le sue faccende e tutt’e due tacquero per un bel po’.
Don Camillo prese a ritoccare con la biacca la barba di San Giuseppe. Poi passò a ritoccargli la veste.
“Ne avete ancora per molto?” si informò Peppone con ira.
“Se mi dai una mano in poco si finisce”.
Peppone era meccanico e aveva mani grandi come badili e dita enormi che facevano fatica a piegarsi. Però, quando uno aveva un cronometro da accomodare, bisognava che andasse da Peppone. Perché, è così, sono proprio gli uomini grossi che son fatti per le cose piccolissime.
Filettava la carrozzeria delle macchine e i raggi delle ruote dei carretti come uno del mestiere.
“Figuratevi! Adesso mi metto a pitturare i santi!” borbottò.
“Non mi avete preso mica per il sagrestano!”
Don Camillo pescò in fondo alla cassetta e tirò su un affarino rosa, grosso quanto un passerotto, ed era proprio il Bambinello.
Peppone si trovò in mano la sua statuetta senza sapere come e allora prese un pennellino e cominciò a lavorare di fino.

Lui di qua e don Camillo di là dalla tavola, senza vedersi in faccia perché c’era, fra loro, il barbaglio della lucerna.
“Non ci si può fidare di nessuno, se uno vuol dire qualcosa.
Non mi fido neppure di me stesso” disse Peppone.
Don Camillo era assorbitissimo dal suo lavoro: c’era da rifare tutto il viso della Madonna. Roba fine.
“E di me ti fidi?, chiese don Camillo con indifferenza.
“Non lo so”.
“Prova a dirmi qualcosa, così vedi”.
Peppone finì gli occhi del Bambinello: la cosa più difficile.
Poi rinfrescò il rosso delle piccole labbra.
“Hai paura?”
“Mai avuto paura al mondo!”
“Io sì, Peppone. Qualche volta ho paura”
Peppone intinse il pennello.
“Be’, qualche volta anch’io” disse Peppone. E appena si sentì.
Don Camillo sospirò anche lui.
Ora Peppone aveva finito il viso del Bambinello e stava ripassando il rosa del corpo.
Oramai il Bambinello era finito e, fresco di colore e così rosa e chiaro, pareva che brillasse in mezzo alla enorme mano scura di Peppone.
Peppone lo guardò e gli parve di sentir sulla palma il tepore di quel piccolo corpo.
Depose con delicatezza il Bambinello rosa sulla tavola e don Camillo gli mise accanto la Madonna.
“ Il mio bambino sta imparando la poesia di Natale” annunciò con fierezza Peppone. “Sento che tutte le sere sua madre gliela ripassa prima che si addormenti. È un fenomeno”.
“Lo so” ammise don Camillo. “Anche la poesia per il Vescovo l’aveva imparata a meraviglia”.
Peppone si irrigidì.
“Quella è stata una delle vostre più grosse mascalzonate!” esclamò. “Quella me la dovete pagare”.
“A pagare e a morire si fa sempre a tempo” ribatté don Camillo.
Poi, vicino alla Madonna curva sul Bambinello, pose la statuetta del somarello.
“Questo è il figlio di Peppone, questa è la moglie di Peppone e questo è Peppone” disse don Camillo toccando per ultimo il somarello.
“E questo è don Camillo!” esclamò Peppone prendendo la statuetta del bue e ponendola vicino al gruppo.
“Bah! Fra bestie ci si comprende sempre” concluse don Camillo.
Uscendo, Peppone si ritrovò nella cupa notte padana, ma oramai era tranquillissimo perché sentiva ancora nel cavo della mano il tepore del Bambinello rosa. Poi udì risuonarsi all’orecchio le parole della poesia che ormai sapeva a memoria. “Quando, la sera della Vigilia, me la dirà, sarà una cosa magnifica!“ si rallegrò.
Il fiume scorreva placido e lento, lì a due passi, sotto l’argine, ed era anche lui una poesia cominciata quando era cominciato il mondo e che ancora continuava. E per arrotondare e levigare il più piccolo dei miliardi di sassi in fondo all’acqua, c’eran voluti mille anni.
E soltanto fra venti generazioni l’acqua avrà levigato un nuovo sassetto.
E fra mille anni la gente correrà a seimila chilometri l’ora su macchine a razzo super atomico e per far cosa? Per arrivare in fondo all’anno e rimanere a bocca aperta davanti allo stesso Bambinello di gesso che, una di queste sere, il compagno Peppone ha pitturato col pennellino.

Giovannino Guareschi, Don Camillo.


Frammenti della mia filosofia - 89 - Carlo Caffarra, Don Camillo prete non clericale.

Come fa don Camillo a far capire, a far sentire a Peppone il Mistero dell’Incarnazione di Dio [e di questo che si tratta!]? e qui comincia a stagliarsi la figura del sacerdote. Nel modo più semplice: facendosi aiutare a preparare il Presepio. Il Presepio è stata una delle più geniali invenzioni del cristianesimo scoperta da Francesco d’Assisi, perché è una sintesi perfetta della logica cristiana, del modo cristiano di vedere la vita. La proposta cristiana è in primo luogo la narrazione di un fatto i cui protagonisti sono Dio e l’uomo: il Presepio ti mette davanti agli occhi questo fatto [cfr. 1Gv 1,1-4]. In un momento difficile Peppone dirà a don Camillo: "voi non siete un prete clericale". Ecco la prima dimensione di questa figura, del prete di Guareschi. Il suo essere capace di far sentire la presenza di Dio, il tepore della presenza di Dio nelle mani dell’uomo. Al contrario di chi fa una proposta cristiana che sembra non avere nessuna attinenza colla vita di ogni giorno. Don Camillo è un prete non clericale.

Card. Carlo CaffarraLa figura del sacerdote in Guareschi, Madonna dei Prati, 19 maggio 2001, in https://www.caffarra.it/guares01.php (collegamento consultato il 1 gennaio 2026).



mercoledì 31 dicembre 2025

Frammenti della mia filosofia - 88 - Chesterton, ho giurato di essere spudoratamente sciocco.



(...) Ho giurato che, tra gli altri doveri, pur con il cuore pesante, avrei assolto quello di essere spudoratamente sciocco, stravagante, perfino spudoratamente triviale e, per quanto possibile, divertente. (...) Questo, me ne rendo conto, sarà frainteso. Ma da lungo tempo so che, qualunque cosa facciamo, saremo fraintesi (...).

Gilbert Keith Chesterton, da una lettera alla sua futura moglie Frances Blogg, luglio 1899.

lunedì 29 dicembre 2025

Frammenti della mia filosofia - 87 - Chesterton, la funzione primaria dell'immaginazione.



La funzione primaria dell'immaginazione è quella di vedere il nostro intero sistema di vita ordinato come un cumulo di rivoluzioni stratificate. Nonostante tutti i rivoluzionari, va detto che la funzione dell'immaginazione non è tanto quella di rendere stabili le cose strane, quanto quella di rendere strane le cose stabili; non tanto quella di rendere le meraviglie fatti, quanto quella di rendere i fatti meraviglie.

Gilbert Keith Chesterton, L'imputato.








Sull'argomento della capacità creativa dell'immaginazione vi propongo una breve antologia di articoli e post che ho pubblicati sul blog dell'Uomovivo, ossia della Società Chestertoniana Italiana:

Chesterton in altre parole - Ulteriori aspetti dell'influsso chestertoniano su Tolkien:

https://uomovivo.blogspot.com/2023/10/chesterton-in-altre-parole-ulteriori.html

Chesterton in altre parole - Tolkien e Chesterton, documentazione di una relazione:

https://uomovivo.blogspot.com/2023/10/chesterton-in-altre-parole-tolkien-e.html

Il contributo di un giovane ricercatore su Chesterton, Tolkien ed immaginazione:

https://uomovivo.blogspot.com/2020/07/il-contributo-di-un-giovane-ricercatore.html

Dizionario della mia lingua, il sambenedettese - 11 - Ciarambognë.

«Ciarambògne, cornamusa, parola che sembra formatasi per contaminazione di 'ciaramella' e 'zampogna' e che probabilmente deriva dalla radice o radici da cui le stesse sono derivate; dal latino calamus, attraverso il francese chalumeau, dato che lo strumento è composto di canne, si sarebbe avuto ciaram e bògne, dal gr. phonía. Ciarambogne a Monsampolo e Cupramarittima; cerambogna a Montalto M.» (da Francesco Palestini, Il dialetto sambenedettese, edizioni Circolo dei Sambenedettesi).

Mia madre: "O féjë, mo' che jè 'ssa ciarambognë?", di fronte a musiche moderne che a lei non piacevano né poco né punto.



Dizionario della mia lingua, il sambenedettese - 10 - Arlëvaccë.

Arlevàcce, prendere le busse; ciarlève, prendo le busse; a Roma ciarlevo (da Francesco Palestini, Il dialetto sambenedettese, edizioni Circolo dei Sambenedettesi).

Mia madre (per me la fons fontium, assieme a mia nonna Valentina): "Marchë, mo' c'arlivë!!!", ma devo dire che, forse a torto, "n'soccë 'rlëvatë majë"...